L’INCIDENTE ELLISSI
09
QUANDO CADDE LA NEBBIA
Dopo aver finito di mangiare e cercato di ripulire i vestiti dal sangue strofinandoli contro un muro, Sev si porto lo zaino in spalla e cominciò a cercare un luogo per poter vedere la città dall'alto, in modo da potersi orientare nella ragnatela di strade e vicoli, e allontanarsi il prima possibile.
Molti dei palazzi in zona erano abbastanza alti da permetterle di farsi un’ idea generale della direzione da seguire, ma arrivare effettivamente al tetto era tutto un altro paio di maniche. Uffici e condomini erano quasi tutti sprangati, e quelli che non lo erano avevano spesso finestre rotte e, a volte, macchie di sangue sull’ingresso e le scale.
Ma, per quanto inquietante fosse la vista di un intero quartiere quasi del tutto sigillato, cercando di immaginare gli abitanti di quei lividi edifici in cemento nascosti dietro gli sbarramenti, non era niente paragonato al silenzio.
Certo, era presto, con il sole sorto da poco. Ma il silenzio totale che avvolgeva la strada come se stesse camminando in una campana di vetro la spaventava quasi più del caos della folla. Nessuna città è cosi silenziosa.
Per sicurezza, decise di restare su un lato della strada. Era disarmata, e anche se il dolore si era ora ridotto a un sordo pulsare costante, era consapevole del fatto di essere ancora ferita. Restando in mezzo alla strada, per quanto fosse in un certo senso più sicuro, sarebbe stata troppo visibile.
Non passò molto prima di cominciare a trovare le prime macchine abbandonate in mezzo alla strada. Come era prevedibile, chi aveva una mezzo aveva tentato di usarlo per scappare, ma la massa di gente in movimento aveva bloccato le strade, e in molti si erano limitati ad andare a piedi, chiudendo la macchina a chiave.
Anzi, alcune non erano neanche chiuse.
Il suono del vento nel labirinto fra un automobile e l’altra era un sibilo lugubre che portava puzza di smog, benzina, cenere e Dio solo sa cos'altro.
Sev vide nere colonne di fumo sollevarsi da dietro le sagome dei palazzi, e sentì il suo stomaco stringersi, in ansia.
Due volte le sembrò di sentire il lamento degli infetti, e in entrambi i casi accelerò il passo, guardandosi intorno rapidamente. Le imposte delle finestre lasciate aperte ondeggiavano con un cigolio di cardini, e a giudicare dalle nuvole scure e il freddo che si faceva più pungente di minuto in minuto, presto si sarebbe messo a nevicare, o a piovere.
Ma di nuovo non era quello il suo problema principale.
Dieci metri davanti a lei la strada era avvolta dalla nebbia. I contorni dei palazzi sbiadivano dietro la spessa cotre pallida. Prima ancora di poter registrare il fenomeno, i contorni degli oggetti si fecero sbiaditi attorno a lei.
Sev cominciò a tossire, piegandosi su se stessa. L'aria era satura di un odore chimico che le bruciava occhi, gola e polmoni, e la luce smorzata rendeva gli spostamenti sempre più diffici mano a mano che si addentrava nella nebbia. Più andava avanti, più spesso si ritrovava bloccata da macchine abbandonate di traverso sulla strada e sul marciapiede.
La massa di veicoli fermi rendeva sempre più difficile orientarsi. Sev si ritrovo a muoversi ancora più lentamente, strizzando gli occhi per cercare di guardare oltre.
Sotto l'odore acido della nebbia se ne insinuò presto un altro, più familiare, organico di carne e sangue. Un lamento gutturale si diffuse nell'aria.
Il corpo di Sev si tese, e la ragazza si bloccò come un cervo investito dai fari di una macchina.
Il lamento si ripeté, gorgogliante, familiare e troppo vicino. Il fiato le si fermò in gola mentre nelle orecchie si ripeteva il suono, seguito da altri, in tonalità diverse, ma sempre nella stessa zona.
Qualcosa urtò sulla lamiera di una delle macchine abbandonate. Unghie grattavano su finestrini chisi.
Il suo corpo non sembrava dare segno di muoversi.
Sapeva di essere in piedi accanto a un vicolo, e mente sentiva il suono di lamiere piegate sotto un peso in movimento cercò di costringersi a scappare,a voltarsi e a correre.
Decine di scenari le attraversarono la mente in immagini orribilmente vivide.
Lei che si muoveva, attraversava il vicolo e scappava verso un luogo più sicuro.
Lei che scappava attraverso il vicolo per finire fatta a pezzi da decine di infetti, la pelle lacerata da unghie rotte e denti incrostati di sangue.
Lei che saltava sulle macchine e scappava da lì. Alternativa: scappava sulle macchine, scivolando e spezzandosi qualcosa, rimanendo ferita e urlante di dolore alla merce di chiunque si avvicinasse.
Lei che restava ferma al posto senza che niente accadesse.
Restava ferma al posto e veniva attaccata e sbranata da decine e decine di…
-tu! In strada!-
Il tempo riprese a scorrere. Sev prese fiato con un ansito.
In un gesto automatico e insensato scattò all’indietro, sollevando una mano davanti al volto e l’altra tesa con il braccio ad angolo retto, i pugni chiusi. Poi abbassò lentamente le braccia, cercando di seguire con lo sguardo l’eco della voce.
-ragazza! Tu, con i capelli neri e il giaccone militare! Da questa parte!-
La voce, maschile e profonda, sembrava provenire da uno dei palazzi alla sua sinistra, verso il vicolo. La nebbia le impediva di vedere bene, ma non le sfuggì un movimento in mezzo alle macchine.
Non rispose a voce, ma sollevò un braccio, agitandolo come per salutare qualcuno.
-siamo su una scala antincendio nel vicolo accanto a te. Muoviti, non ti rimane molto tempo!-
Le ultime parole arrivarono in contemporanea con quello che sembrava un ringhio da dietro la foschia.
Si avventurò nel vicolo, lo sguardo che saettava da una parte all'altra come per perforare la densa foschia.
-continua a parlare- sussurrò alla voce. –non vedo ancora nessuna scala…-
-ci sei quasi, continua così…- ci fu una pausa seguita da quello che sembrava un ansito.
-muoviti, presto!-
Un gorgoglio echeggiò nel vicolo alle sue spalle, deformato dalle pareti di mattoni. Sev sentì un clangore metallico mentre le scalette venivano abbassate davanti a lei. Comincio a salire, e delle grosse mani le afferrarono le spalle, strappandole un grugnito di sorpresa. All’istante i suoni si fecero più numerosi e vicini, e si ritrovò trascinata su per le scale, in parte muovendosi di sua volontà, in parte seguendo lo sconosciuto che l'aveva afferrata.
Lo sentì ordinare a qualcuno di staccare i gradini da cui erano saliti, e il rumore metallico quasi la assordò. Fu trascinata fino al tetto, dove le mani lasciarono la presa di scatto, mandandola a incespicare in avanti sul liscio pavimento mattonato. Davanti a lei c'era un parapetto di cemento che dava sulla strada, e spinta da un orribile presentimento, si precipitò ad affacciarsi di sotto prima ancora di vedere chi l'aveva aiutata.
Attraverso la nebbia era possibile scorgere le sagome dei palazzi e le macchine che ingombravano la strada, ma non solo quello.
La strada e il vicolo dove era stata fino a qualche secondo prima brulicavano di infetti.
Alcuni si trascinavano in mezzo alle macchine, altri ci camminavano sopra, trascinandosi e incespicando sulla superficie irregolare. Non riusciva a vedere altro che delle silhouette sbiadite, ma lo spettacolo bastò a gelarle il sangue nelle vene.
-oddio…-
Si voltò di scatto.
Davanti a lei c'erano due persone. Uno era un uomo sulla trentina, con profonde rughe di preoccupazione che solcavano il volto, invecchiandolo. Dietro di lui c’era una ragazza con addosso un giubbotto da aviatore. I suoi occhi chiari saettavano in tutte le direzioni sotto un espressione truce.
L’uomo aveva entrambe le mani sollevate in un gesto di pace. Senza saper cosa fare, Sev annuì lentamente, e lui ripetè il gesto.
-mi avete salvato la vita- commentò, insicura.
-non… non mi ero accorta ce ne fossero così tanti- aggiunse poi.
-non sei la prima a cascarci. Questo posto ha un acustica del cazzo. A proposito, ti consiglio di non guardare come sono ridotte le tue scarpe.- questo era la ragazza con il giubbotto. Parlava con un tono da spaccona, ma c’era paura mal celata nel suo atteggiamento vigile.
Sev abbassò lo sguardo sulle scarpe da ginnastica. La suola e la punta erano ricoperte di uno strato incrostato di materiale rossiccio e unto. –cazzo…- borbottò.
-non sei la prima che cerchiamo di aiutare. Sono passati alcuni ragazzi. Non si sono fidati di noi, e non si erano accorti di essere seguiti.- l’uomo di mezza età abbassò lo sguardo.
-non è stato un bello spettacolo.- Sev sentì un brivido lungo la spina dorsale, ripensando ai ragazzi nel supermercato. Gli aveva detto di andarsene, ma alla fine non l’avevano ascoltata.
-alcuni di loro strisciano sotto le macchine. Alcuni ci camminano sopra. E credo che almeno una decina siano rimasti intrappolati dentro. Gli infetti, dico.-
Lei li fissò per qualche secondo prima di parlare di nuovo.
-che cosa sta succedendo?-
Ci fu una pausa mentre i due si guardavano intorno nervosamente.
- bè, c’è questa… malattia. Colpisce le persone a caso, sembra, e… Credo che tu sappia cosa fa. Comunque, la gente è andata nel panico. Alcuni si sono barricati in casa, ma la maggior parte sta cercando di scappare.- a parlare era stato l'uomo. Fece una pausa e si inumidì le labbra con la lingua.
-stanno tutti cercando di capire cosa succede. Noi siamo rimasti quassù a cercare di radunare gente, ma finora l’unica che ci ha dato retta sei tu. Gli altri non si sono fidati, o sono stati… troppo lenti.-
Continuò la ragazza. Sev vide che indossava dei guanti borchiati, e stringeva e riapriva le mani rapidamente. Aveva le unghie spezzate, e almeno due perdevano sangue.
-quindi ce ne andiamo. Non credo verrà altra gente.- tagliò corto l'uomo.
-io sono Donovan. Lei è Holly. E tu sei…?-
-Sev.-
La ragazza la guardò confusa.
-fidati, è il mio vero nome.- borbottò lei. Donovan le sorrise comprensivo e fece cenno di seguirlo.
-d’accordo, “Sev”. Ora però torniamo dentro.-
E poi, come per un ripensamento:
-… potremmo non avere molto tempo da ora in poi.-
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Oh, Donovan, sei così ottimista che mi viene voglia di abbracciarti. -Eva
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