L’INCIDENTE ELLISSI
08
SCIACALLI
Quella notte, Sev non ebbe la possibilità di dormire. Ancora tesa per via dello scontro e troppo stanca per sostenerle un altro, disarmata e a stomaco vuoto, si ritrovò a girovagare per il resto della notte nelle strade del quartiere.
Prima di andare in rovina, era stato un posto grazioso, con case a due piani, negozi e una strada larga e pulita. Ma quando la crisi economica di qualche anno prima aveva colpito, era stata quella zona della città a svuotarsi prima delle altre. Per qualche anno mentre la nazione si riprendeva, era stata trascurata, e le case vuote erano state covi di spacciatori e abitazioni per i senzatetto. Ma negli ultimi anni, con la ricrescita economica, l’amministrazione della città aveva deciso di togliere quelle case ormai irrimediabilmente rovinate e costruire al loro posto una nuove sfilza di uffici e condomini.
Era stata anche questa una delle ragioni che l’avevano attirata ad Aminthon: con una grande richiesta di operai per le costruzioni, e in futuro di gente che lavorasse negli uffici che sarebbero stati costruiti, sperava di potersi trovare un altro lavoro e guadagnare qualcosa, mentre cercava di sfondare nel mondo del pugilato.
Inutile dire che le sue speranze si erano sgonfiate presto.
La stanchezza cominciò a farsi sentire poco prima che le prime luci dell’alba sostituissero l’illuminazione tremolante dei lampioni.
Cominciò a trascinare i piedi, e a cercare con lo sguardo un'altra panchina su cui dormire. Poteva sentire lo stomaco vuoto gorgogliare.
Era arrivata in una zona normalmente più abitata. Al posto delle case a due piani c’erano condomini, e al posto di negozi, supermercati. tutti questi avevano porte e finestre sbarrate. Almeno da quelle parti sembrava che la gente avesse dato ascolto alle indicazioni delle forze dell’ordine.
Per strada non c’era nessuno a parte qualche cane randagio.
Il suono di uno schianto la attirò. Un gruppo di ragazzi aveva sfondato a sassate una finestra poco protetta di un supermercato, e cercavano di entrare. Sev si fermò a distanza di sicurezza, osservandoli. Qualcuno si girò verso di lei, ma tornarono a cercare di entrare quando si resero conto che non rappresentava una minaccia.
Sulla porta del negozio era affisso un cartello di “chiuso per malattia”.
La ragazza aspettò che riuscissero ad entrare e scivolò dentro con loro. Questa volta fu totalmente ignorata.
Prese ad aggirarsi fra gli scaffali con lo zaino aperto in mano, raccogliendo cibo in scatola e acqua.
Al reparto medicinali prese garze, un kit di pronto soccorso e dei medicinali semplici. Per un attimo si sentì in colpa a scavalcare il bancone per appropriarsi di quello che le serviva, poi si rese conto che probabilmente i proprietari del negozio erano già stati infettati, quindi tornò a servirsi.
Prese a girare per il negozio come una acquirente normale, con la sola differenza che stava effettivamente saccheggiando, anche se in maniera più contenuta dei ragazzi. Uno di loro la urtò correndo fra gli scaffali, e si voltò per borbottare una frase di scuse. Non poteva avere più di sedici anni.
Sev fu colpita. Ma d’altra parte, lei stessa ne aveva solo 19.
Prese una torcia, delle batterie e, dopo un attimo di dubbi, un sacco a pelo che legò sotto il fondo dello zaino. Dal reparto vestiti prese della biancheria e una maglietta, ma non fu in grado di far entrare altro nella borsa. Era diventata pesante, e nonostante fosse muscolosa, le cinghie tiravano sulle spalle.
Uscendo, vide i ragazzi litigare su chi dovesse prendere i soldi della cassa. Lei si avvicinò, allungò una mano e prese una banconota da cinquanta, piegandola attentamente e facendola scivolare nella tasca dei pantaloni.
I razziatori si voltarono a guardarla.
-volete un consiglio, ragazzi?- chiese, confidando sul fatto che il suo aspetto truce, oltre che le macchie di sangue sugli abiti, nascondessero il fatto che aveva la stessa età di alcuni di loro.
-la situazione qui andrà veramente in merda fra poco. Prendete le vostre famiglie e andatevene finché potete.-
Uno dei ragazzi, che più si identificava come “capo” del gruppo la guardò in cagnesco.
-fatti gli affari tuoi, stronza.-
-siete liberi di non ascoltarmi. Non vi sto certo obbligando.-
Detto questo si voltò e uscì da dove erano entrati, in silenzio.
Non andò molto lontano, comunque. Appena fuori dal loro campo visivo si sedette in un angolo, aprì una scatoletta di tonno, sfilò i guanti e cominciò a mangiare con una forchetta appena rubata.
Era da poco sorto il sole. Allungò l’orecchio cercando di sentire qualcosa, ma il vento soffiava nella direzione opposta, e non portò niente di particolare.
Attirò le gambe al petto e poggiò la scatoletta a terra, poi gettò uno sguardo sui suoi pantaloni e mandò un gemito.
Il sangue si era rappreso, formando una patina scricchiolante sul giaccone e in parte sui pantaloni. Si era lavata il volto e i capelli usando la neve rimasta, ma non se ne sarebbe andato molto presto dai vestiti, e temeva per il momento in cui avrebbe incontrato delle forze di polizia e avrebbe dovuto spiegare di chi era il sangue che la ricopriva.
Decise di smettere di pensarci, per il momento. Combattendo contro la sonnolenza, si alzò, stiracchiandosi e si rimise in cammino.
sei e mezza del mattino.
33 ore e due minuti dall’incidente Ellissi.
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