L'INCIDENTE ELLISSI
07
CEMENTO
Alle cinque e sette Sev era ancora sulla panchina, con la neve premuta sulla caviglia e il fermablocco stretto fra le dita ormai livide, quando il vento prese a soffiare nella sua direzione.
E con il vento, arrivarono le voci.
All'inizio un rombo costante sotto il suono del suo stesso respiro, poi sempre più forte e chiaro. Non erano urla. Non erano parole.
-oh, NO.- Sev gemette. Quel gorgoglio quasi costante. Quei suoni gutturali come il richiamo di animali feroci.
Mancava ancora del tempo al tramonto, ma la luce cominciava a farsi più fioca. Si guardò intorno alla ricerca di un luogo in cui nascondersi.
Alle sue spalle c'erano i palazzi da demolire. Fragili e pericolanti. Davanti, i cantieri. Quasi tutte le case erano ancora prive di scale: quella la cui costruzione era più a buon punto aveva perso le scale durante la notte. Si guardò intorno ansiosamente, e lo sguardo cadde sulla gru crollata in mezzo alla strada. Sembrava un ponte, in parte crollato a terra, in parte incastrato fra i blocchi di cemento del palazzo contro cui era andata a sbattere.
Si accorse di non avere molto tempo a disposizione. Saltellando su un piede solo per non sforzare la caviglia, si avvicinò alla gru, mettendo il fermablocco nello zaino e toccando il freddo metallo alla ricerca di appigli. Afferrò la superficie, issandosi quasi solo con le braccia e mettendosi in ginocchio per non perdere l'equilibrio.
Lentamente cominciò ad arrampicarsi, prima a quattro zampe, poi in piedi, aggrappandosi con le mani nel punto in cui il collo della gru si era piegato quasi ad angolo retto. Il suo respiro si condensava in sbuffi di vapore davanti alla bocca, e il sudore prese a scorrere lungo la fronte e sotto il giaccone, incollando i vestiti con uno strato umido. La caviglia, ancora ferita, non le era di aiuto.
Raggiunta la fine degli appigli, s’issò sul cemento armato che costituiva la base dell'edificio, respirando affannosamente. Il dolore era tornato.
Era salita fino a quello che sarebbe stato l'ultimo piano dell'edificio, momentaneamente al sicuro. Non c'era un posto dove nascondersi, però, e doveva fare molta attenzione a dove metteva i piedi per non rischiare di cadere.
Si guardò intorno alla ricerca di un angolo abbastanza riparato in cui sdraiarsi mentre aspettava che il campo si liberasse. I richiami si erano fatti più vicini, e capì senza bisogno di guardare che gli infetti avevano raggiunto il punto dove si trovava prima, e si stavano allontanando lungo la strada.
Si appoggiò con la schiena a uno dei piloni della costruzione e si guardò intorno.
Lo scheletro della costruzione si allungava per metri nella luce calante, come un’enorme ragnatela di cemento. Sev raccolse un martello che era stato poggiato accanto a uno dei piloni, dimenticato da un operaio, e lo strinse in mano, rannicchiandosi perché nessuno potesse vederla o afferrarla, aspettando pazientemente che gli infetti si allontanassero da dove erano venuti.
I minuti passati ad aspettare diventarono ore. Il sole calò oltre la linea di palazzi, il vento si fece freddo e tagliente e a poco a poco i gorgoglii e gemiti sfocarono in sussurri lontani. Sev rabbrividiva, il martello tenuto stretto contro il corpo.
Aspettò che il silenzio tornasse, chiudendo gli occhi e respirando a fondo quando sentiva l'ansia cominciare a schiacciarla.
Ma il silenzio non tornò. Non del tutto, almeno.
Erano da poco passate le 20 e 35 quando il vento le portò i primi suoni dal centro della città. Alzò lo sguardo, cercando di guardare oltre i palazzi, si alzò sulle punte dei piedi gemendo per essere stata troppo a lungo seduta immobile e guardò verso il centro. Oltre la strada da cui era arrivata, i palazzi si illuminarono brevemente di rosso, e il rombo dell'esplosione arrivò fino a lei. Trattenne il fiato, spalancando gli occhi. Più lontano, altre luci, altre esplosioni. Urla portate dal vento. Suoni di guerriglia urbana.
Si rese conto di stare tremando, e non solo per il freddo.
Sev tornò in ginocchio, respirando profondamente. Gli avvenimenti delle ultime ore sembravano schiacciarla, il crollo della casa, I suoni, la macchia di sangue scuro sulla branda dove fino a qualche ora fa era stato Jonathan, l’infezione…
Sollevò il martello e lo calò con tutte le forze sul proprio ginocchio, strappandosi un grugnito di dolore. Si concentrò sulle fitte che risalivano lungo la coscia, allontanando I pensieri dalla sua testa.
La situazione stava sfuggendo al controllo troppo rapidamente. Non sarebbe potuta finire bene.
contò fino a dieci, respirando a fondo. La luce degli incendi le arrivava filtrata dietro le palpebre chiuse.
Quando si sentì sufficientemente calma si alzò e gettò uno sguardo alle sue spalle.
Il bagliore delle fiamme dal centro illuminarono brevemente una figura al lato della sua visuale.
L’infetto indossava ancora l’abbigliamento protettivo da carpentiere, e la luce che l’aveva attratta era stata il debole bagliore delle fiamme riflesso dal giubbotto catarifrangente.
Non indossava un casco, ma una protezione per saldatori, e dietro lo strato di plastica poteva vedere il volto tumefatto, livido. La pelle ondeggiava al vento nel punto in cui uno dei gonfiori sulla testa si era rotto, facendo colare un liquido grigio-marrone sul lato del volto, che gocciolava dal mento. Un braccio era piegato in maniera innaturale, fratturato in più di un punto.
Sev capì che probabilmente, quando si era ammalato, stava lavorando da solo, forse per risolvere il problema alla gru, e non essendoci nessun altro ad aiutarlo era caduto dalle impalcature, rompendosi le ossa. In qualche modo, era riuscito ad arrivare fin lassù quando si era accorto della sua presenza.
Sev gli fece cenno di allontanarsi, sperando che funzionasse. L’uomo rimase fermo, la testa che ciondolava sulle spalle storte.
-vattene- ringhiò lei. La sua mano si strinse sul martello da falegname che aveva raccolto, rendendosi conto di quanto fosse inutile come arma. L’infetto si inclinò in avanti, come se stesse per cadere, e una frazione di secondo dopo scattò verso di lei.
Sev mandò un urlo inarticolato di terrore, cercando inizialmente di respingere l’attacco con le mani. Le sue dita scivolarono sulla protezione che avvolgeva il suo volto, e una delle mani l’afferrarono per l’orlo del giaccone, spingendola verso l’orlo del baratro e una caduta di decine di piani. Si torse per riprendere l’equilibrio e sollevò il martello, abbattendolo sulla cima della testa scoperta.
Le mani dell’infetto le afferrarono di nuovo la giacca, e lei lo respinse con un calcio. La bocca dell’uomo si muoveva come per morderla nonostante la protezione di plastica sul suo volto.
Senza lasciargli il tempo di rialzarsi, Sev gli fu addosso, colpendolo al volto con un pugno per stordirlo. L’attacco non sortì l’effetto desiderato, e si rese conto che non sarebbe riuscita a restargli sopra molto a lungo. Sollevò il martello, abbattendolo sulla testa e sul petto. La maschera da saldatore faceva da scudo, così cominciò ad attaccare verso il basso. Piantò la parte a punta del martello nella pelle morbida sotto la mascella, spingendola a fondo con un movimento dal basso verso l’alto. L’infetto si contorse, e una delle mani la colpì alla guancia,senza riuscire a ferirla, ma con abbastanza forza da lasciarla senza fiato.
La ragazza spinse più a fondo la sua arma improvvisata dentro la gola dell’uomo, lacerando la pelle nel tentativo di ucciderlo, rendendosi conto che a forza di agitarsi stava per liberarsi di lei. Allungò la mano libera verso la maschera, cercando di strappargliela dal volto. Le sue dita intirizzite dal freddo non facevano presa sulla superficie.
Con un colpo di reni l’uomo riuscì a disarcionarla, mandandola a sbattere contro il pilone alle sue spalle.
Lampi di luce le riempirono la visuale quando la sua testa andò a sbattere contro il cemento, e i capelli neri le ricaddero sulla faccia.
L’infetto si avventò su di lei, cercando di graffiarla attraverso il giubbotto. La bocca grondante sangue si apriva e chiudeva dietro la plastica della maschera, facendo muovere il martello in maniera grottesca. Sev lo afferrò, poggiando I piedi sullo stomaco dell’aggressore e tirando con tutte le sue forze. La testa del martello lacerò pelle e carne e l’uomo barcollò indietro, lasciandole in mano il martello reso scivoloso dal sangue.
Questa volta Sev non gli diede il tempo di allontanarsi di nuovo. Afferrò con tutte le forze la maschera, strappandogliela dal volto e sollevò il martello, calandolo sulla fronte, sul naso, sugli occhi e la bocca.
La forza del colpo le si ripercuoteva lungo le braccia, costringendola a stringere I denti per attaccare di nuovo.
-muori- ringhiò, colpendolo a un orbita.
-muori-
-muori. Muori. MUORI!- urlò, colpendo sempre con maggiore ferocia. Il corpo dell’uomo sussultò, minacciando di farla precipitare, ma lei continuò a colpire. Schizzi di sangue le bagnarono il volto, colando lungo I lineamenti deformati, poi fu sangue nero e infine la stessa materia cerebrale dell’uomo che gocciolava a terra. Il corpo tremò e sussultò per qualche secondo, poi cessò ogni funzione. Nonostante questo, Sev continuò a colpirlo per qualche minuto.
Della testa dell’uomo non rimaneva quasi niente. Sangue, carne e cervella erano fuse in un ammasso che cominciava dal collo e sporcava il cemento ruvido.
La ragazza trattenne un conato di vomito e si allontanò, rannicchiandosi contro il pilone alle sue spalle. Sentiva la testa leggera per la botta che aveva dato prima, la caviglia continuava a fare male e adesso anche le mani e le braccia, per aver stretto il martello con così tanta forza.
Si portò una mano alla bocca, respirando in rapidi ansiti soffocati, poi chiuse gli occhi e cominciò a contare.
Un ora dopo, quando si sentì più calma, si alzò e andò a ispezionare il cadavere. Appesa alla cintura c’era una sacca degli attrezzi. La prese e se la agganciò alla vita, poi come per un ripensamento sfilò i guanti da lavoro che gli coprivano le mani e li indossò. Erano un po’ troppo grandi, ma tenevano caldo.
Per un attimo il senso di colpa fu come una fiamma dolorosa nel suo petto, la vergogna verso sè stessa per essersi trasformata, anche se solo per qualche secondo, in una creatura non migliore di quella che era diventata la sua vittima. Respirò a fondo, rifiutandosi di guardare il macello di sangue che era stata la sua testa. Uomo o no, ormai era stato infettato. Lo spinse nel vuoto con un calcio. Il corpo si curvò nell’aria e si schiantò metri piu’ in basso, con uno schiocco di ossa rotte.
Sev si voltò verso la gru, afferrò I primi appigli con le mani e cominciò a scendere di nuovo verso la strada.
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