L’INCIDENTE ELLISSI
05
OUTBREAK
La città era nel panico più totale.
Correndo, trascinata da decine di cittadini terrorizzati, Sev si ritrovò a spostarsi senza sapere dove fosse, né dove potesse andare. Gli altoparlanti montati su mura e pali della luce ripetevano l’annuncio delle forze dell’ordine che consigliava di restare in casa, ma nonostante potesse vedere molti edifici con porte e finestre sprangate, sembrava che la maggior parte della popolazione stesse fuggendo in mezzo alla strada. Chi aveva preso la macchina per allontanarsi dopo l’incidente si ritrovava bloccato in un ingorgo senza fine che si estendeva dai piccoli vicoli dei quartieri poveri alle strade principali che attraversavano il centro. alcuni arrivavano al punto di lasciare la macchina incustodita e uscire per strada seguendo la folla.
Ma piuttosto che dirigersi verso le autostrade e allontanarsi dal centro abitato, sembrava che la maggior parte della gente si stesse riversando al centro, in ospedali e stazioni di polizia.
Sev alzò lo sguardo per cercare di riconoscere il luogo in cui si trovava, ma non era passato molto tempo da quando si era trasferita, e non riuscì a riconoscere i nomi delle strade.
Cercò di fermare qualcuno per chiedere cosa stesse succedendo, ma anche chi si accorgeva della sua presenza nella folla si allontanava senza rispondere.
Qualcuno la spinse di lato, contro il portone di un palazzo. Altre urla sopra il fragore della folla isterica.
Nel caos, qualcuno poteva essere caduto per terra, schiacciato sotto la carica.
-restate in casa fino alla fine dell’emergenza a meno che non sia strettamente necessario… -
Sev alzò lo sguardo. Metri più avanti la strada era bloccata da automobili blindate e poliziotti in tuta antisommossa. In piedi su una delle macchine, un uomo in uniforme ruggiva ordini in un megafono, ripetendo principalmente i messaggi trasmessi dai megafoni.
-...gli aiuti stanno arrivando. Tornate alle vostre case.-
La ragazza approfittò di un attimo di confusione nella folla per infilarsi sotto l’arcata di un palazzo.
Qualcuno cercava di superare la protezione della polizia, ma non erano in molti. Vide qualcuno fermarsi e cominciare effettivamente a tornare sui suoi passi mentre l’uomo continuava a ripetere l’ordine di tornare nelle proprie case dall’alto della barriera improvvisata.
-che cosa sta succedendo?- chiese una voce isterica di donna, domanda ripetuta dalla folla.
-vogliamo delle risposte! Perché ci bloccate?-
-abbiamo paura!-
-dove sono gli aiuti?-
L’uomo sembrò esitare, e abbassò leggermente il megafono.
-alcune persone sono impazzite!- ruggì qualcuno.
-hanno cercato di aggredirmi!-
Sev trattenne il fiato, vedendo dei movimenti bruschi fra la folla ormai quasi del tutto ferma.
Qualcuno ripeté quelle parole. La sua esperienza non era l'unica, ma fu solo quando qualcosa attirò il suo sguardo da un lato della folla che sentì un brivido correrle lungo la schiena.
dietro una finestra chiusa per tenere fuori la neve, qualcosa si muoveva velocemente, da un lato all'altro della stanza. La scena era parzialmente oscurata da una macchia rossa sul vetro. Seguì altri movimenti alle finestre, e, a distanza, qualcuno fermo vicino all'ingorgo sulla strada.
Il poliziotto in cima alle macchine riprese il megafono in mano.
-le forze dell’ordine si occuperanno di questo. Ora tornate nelle vostre…-
Un urlo agghiacciante salì dalla folla nel punto in cui Sev aveva visto i primi movimenti. Altre grida seguirono, e vide la folla ricominciare a muoversi.
sentì il poliziotto urlare i primi ordini, ma questa volta non rimase ad ascoltare.
Si lanciò nella direzione opposta, tagliando attraverso la strada.
Continuò a correre finchè non riuscì a riconoscere la zona in cui si trovava. Aveva una buona resistenza, e con il tempo aveva seminato gli altri abitanti fino a trovarsi completamente sola in mezzo alla strada.
Si lasciò cadere in ginocchio per terra, alzando lo sguardo verso le costruzioni che la circondavano.
Il luogo in cui si era diretta era una parte della città simile a un enorme cantiere.
Da un lato c’erano vecchi palazzi da demolire, e dall’altro scheletri di edifici in costruzione. Qualcosa, forse il terremoto di quella notte aveva fatto crollare una delle gru, e il suo lungo braccio meccanico, dipinto di arancione brillante, giaceva in mezzo alla strada, bloccandola.
Sev ricordava quel posto. Il suo ultimo incontro di pugilato era stato un incontro clandestino in uno dei palazzi da demolire. Ricordava bene l’odore di marcio che emanavano quelle pareti, e i muri coperti di graffiti.
Prese a respirare profondamente, costringendosi alla calma. Chiuse gli occhi, ascoltando il suono del vento che fischiava, sollevando la polvere da terra. Aveva smesso di nevicare, ma sembrava facesse ancora più freddo, nonostante fosse coperta di sudore.
Cercò di rialzarsi, e un immagine le tornò in mente.
La sagoma della signora Murphy quando le aveva messo la mano sulla spalla. Il suo volto quando si era girata a guardarla.
Sapeva che qualcosa non andava. Non aveva bisogno di ricordare la carne sul lato del volto che si gonfiava, le bolle livide…
Sentì lo stomaco contrarsi e vomitò sull’asfalto bagnato dalla neve. il sapore acido della bile le riempì la gola.
Ora che il rush di adrenalina era finito, ricominciava a sentire il dolore alla caviglia. L’aveva sforzata per allontanarsi, e le fitte improvvise le fecero salire le lacrime agli occhi. Scosse la testa con forza e si rimise in piedi, pulendosi la bocca con il dorso della mano. Poi raggiunse una panchina qualche metro piu' avanti e ci si lasciò cadere sopra pesantemente.
Si era già ritrovata in una situazione d’emergenza, prima di allora. Quando era piccola, e i suoi genitori vivevano ancora entrambi nello stesso paese, c’era stato un terremoto. Ricordava lucidamente la paura che aveva provato, il caos. Aveva visto la stessa espressione di paura negli occhi degli abitanti della sua città di allora. Ma in quel caso, si sapeva cosa era successo. Nessuno aveva chiesto cosa stesse succedendo. La polizia era intervenuta. C’era stata organizzazione. Erano arrivati anche dei gruppi di militari, a prestare assistenza, nonostante le vittime fossero state in poche.
Ma in quel caso era diverso. Non solo perché Aminthon era una città molto piu’ grande di quella in cui viveva da piccola: la verità era che nessuno sapeva cosa stesse succedendo.
La polizia non sapeva che fare. L’esercito non sembrava essere intervenuto. E stava accadendo qualcosa di molto peggio di alcuni palazzi crollati durante la notte, o una perdita di gas dai condotti.
Quando si sentì di nuovo sufficientemente calma, si mise a sedere e sollevò i pantaloni, togliendo scarpa da ginnastica e calza. Il piede non sembrava ferito, ma la caviglia si era gonfiata e la pelle era leggermente rossa. Prese della neve dalla panchina e la premette sulla pelle con un sospiro, tornando a chiudere gli occhi. Con sua sorpresa, dormì.
Due ore dopo, l’unica cosa che sembrava cambiata era l’illuminazione. Era passata l’una, e la neve aveva smesso del tutto di cadere, lasciando una sottile distesa bianca sulle costruzioni, la gru crollata e il suo corpo.
Sev ringraziò la fortuna che l’aveva fatta arrivare in una zona quasi del tutto disabitata, ma si sentì umiliata rendendosi conto che era arrivata a dormire per strada come un senzatetto.
Il pensiero di cosa fosse successo a Jonathan rimase relegato nel fondo della sua mente, e lei prese a respingerlo sempre più spesso, insieme al ricordo di cosa fosse successo in realtà nella tenda.
-forse ho avuto un allucinazione- mormorò. La vista della caviglia slogata le ricordò che era stato reale. La sua mente funzionava ancora bene. Era ancora da scoprire se non fosse tutto il resto ad andare male.
mi piace, mi piace molto.
RispondiEliminaha un grande difetto: non c'è il sesto capitolo.
Lo aspetto al più presto!