mercoledì 21 luglio 2010

03

L’INCIDENTE ELLISSI
03
MALL


Sembrava che, nonostante i danni nella maggior parte della città fossero stati leggeri, in molti si stessero preparando come se il mondo stesse per crollargli addosso.
Il supermercato 24/7 "il Mall", dieci minuti a piedi di distanza dal palazzo di Corsar Lane, era completamente affollato. Una fila di clienti si allungava fuori dalle porte di vetro fino al parcheggio, nonostante il vento ghiacciato e il nevischio che aveva preso a cadere nell'ultima ora.

Sev si sistemò diligentemente in fondo alla fila, le mani affondate nelle tasche del giaccone da caccia mimetico. Nonostante viaggiasse da molti anni, muovendosi ostinatamente verso nord, era la prima volta che si trovava in un luogo così freddo. Per la seconda volta in quel giorno, il suo pensiero andò a sua madre, in Arizona. Lo scacciò via, cercando invece di ascoltare le conversazioni nella fila.
Davanti a lei, due donne in giacca con bordi di pelliccia conversavano sulla tempesta. La maggior parte delle persone in fila erano passate davanti al numero 327 di Corsar Lane, con il suo campo medico improvvisato e i tentativi di estrarre superstiti dalle macerie. Quello era il principale argomento di conversazione, mentre non c'era neanche una parola sull'esplosione che aveva causato i crolli. Sembrava fossero in molti a credere che il vento avesse fatto crollare gli edifici.

L'interno del supermercato era stato preso d'assalto dalla gente spaventata. Tutti sembravano avere un bisogno ossessivo di qualcosa, ma nessuno sapeva cosa. Persone dall'aria spaventata e nere borse sotto gli occhi vagavano distrattamente fra gli scaffali.
La massa che affollava i corridoi, insolita per l’ora, teneva caldo nonostante i condizionatori fossero spenti.
Sev tirò fuori il portafogli per contare i soldi rimasti. Non erano abbastanza né per rifornirsi di cibo, affittare un altro appartamento o, come si era ritrovata a pensare, comprare un biglietto aereo per Phoenix.
Prese alcuni barattoli di carne e fagioli e alcuni di tonno. Trovò il burro d'arachidi che le aveva chiesto Jonathan, nonostante fosse certa fosse stato spinto dalla confusione e lo shock, ma non riuscì a trovare le sigarette. In una città in cui una enorme percentuale della popolazione era composta da fumatori, non fu sorpresa dal fatto che quell'articolo fosse stato il primo a finire. Si ripromise di comprargliele in seguito, e si ritrovò a girare fra i corridoi, osservando la gente che faceva i suoi acquisti. Alcune persone erano sole, come lei, ma sembrava essere una minoranza. Le famiglie con figli avevano preferito portarseli dietro, nel caso in cui fossero avvenuti nuovi crolli.
Fu sorpresa dal fatto che, nonostante di solito la gente distogliesse lo sguardo dal suo volto massacrato, la preoccupazione generale rendeva queste cose irrilevanti. Nessuno guardava nessuno. Tutti si preoccupavano esclusivamente dei propri bisogni.
Molte persone tossivano, come la signora Murphy, una tosse disperata. Vide un uomo appoggiarsi agli scaffali, e alcune scatolette caddero per terra. Il volto era pallido, con occhi allucinati. Non raccolse i barattoli. Continuò camminare senza meta.

Sev si ritrovò in un angolo in cui era esposta, su grucce sulle pareti, una selezione di zaini militari, secondo la pubblicità "capienti, resistenti e utili". Sev si ritrovò ad osservarli, cercando di scacciare dalla mente l'immagine di lei che faceva l'autostop in mezzo alla strada innevata. Aveva già deciso di restare con Jonathan Foreman. Nonostante minimizzasse, era ferito, e il suo passato burrascoso lo aveva lasciato senza nessuno disposto a prendersi cura di lui.

Contò di nuovo i soldi e alzò lo sguardo verso gli zaini. Le piacevano. Paragonati alla sua valigia tenuta insieme con nastro adesivo e spago, sembravano davvero come la pubblicità proclamata. Alla fine, si decise a prenderne uno, alzandosi sulla punta dei piedi per staccarlo dalla gruccia, e si avviò di nuovo alla cassa.
Di nuovo in fila con le braccia cariche di scatolette, si ritrovò ad ascoltare casualmente una conversazione alle sue spalle. Un uomo litigava con quella che sembrava essere sua moglie, entrambi con le voci tese, il più basse possibile perché nessuno potesse sentirli.
-non abbiamo bisogno di tutte queste cose. Cristo, a sentire te sembra che dovremmo barricarci in casa. -
-è saltata la corrente in tutta la città. Potranno arrivare dei ladri, o...-
-non è questo, Elaine! Sembra che ti stia preparando per l'apocalisse! Non abbiamo neanche figli, a che serve tutto questo cibo?-
Sev sentì la donna sospirare, e quando riprese, la sua voce era più bassa.
-è solo che... Ho una brutta sensazione...-
l'uomo non rispose. D'istinto, Sev alzò lo sguardo verso l'alto, attraverso le larghe finestre di vetro sulla facciata del supermercato. Grosse nuvole nere, e il vento che spingeva il nevischio addosso ai clienti, in fila per poter entrare o appena usciti, carichi di buste della spesa. Non c'era molta luce nonostante fossero già le otto e mezza del mattino.
Qualcuno alle sue spalle commentò che se non funzionava la luce, neanche la televisione avrebbe funzionato, e qualcun altro gemette.
Ma, nonostante questi e altri commenti mormorati, c’era un silenzio insolito. Nessuno si guardava negli occhi. Nessuno parlava più di quanto servisse.
Sev si ritrovò a riflettere su cosa avrebbero detto i telegiornali di lì a qualche ora, quando sarebbe stata ripristinata la corrente. Si chiese cosa fosse successo, e se avrebbero mostrato il suo palazzo. Non aveva visto telecamere in giro. Non aveva visto molti rappresentanti delle autorità, a parte gli aiuti davanti all’edificio.

Il mormorio della folla era come un tuono costante nelle sue orecchie. Persone strette nello spazio come scatolette, giacche e pellicce che aumentavano la temperatura. I cassieri sudavano, e le guardie del negozio, in piedi accanto alla porta, controllavano che niente venisse rubato. Qualcun altro tossì. Sentì altri mormorare di non sentirsi bene. In un angolo, un uomo cadde a terra, forse lo stesso di prima, e passarono alcuni minuti prima che qualcuno cercasse di farlo rialzare.


Quando uscì dal supermercato, aveva un mal di testa lancinante, e si ritrovò a starnutire più di una volta per il cambiamento di temperatura. Il nevischio appiccicoso continuava a scendere, attaccandosi alla giacca e sciogliendosi per essere sostituito da un altro strato. Presto si ritrovò con i vestiti umidi. L'asfalto sotto i suoi piedi era scivoloso. Si attardò sulla strada del ritorno, aspettando che aprissero le tabaccherie per poter comprare le sigarette per Jonathan. Alla fine, comprò due pacchetti da una macchinetta distributrice in un vicolo e si avviò verso quello che nella sua mente aveva ribattezzato "l'ospedale da campo di Corsar Lane".

Nonostante il tempo e la mancanza di semafori funzionanti, notò un certo numero di automobili in giro. Strade di solito vuote si stavano riempiendo di macchine e guidatori nervosi. Clacson suonavano. Si fermò per ascoltare attentamente, credendo di sentire dei suoni in lontananza. Qualcuno urlò un insulto da una macchina all’altra, e presto il rumore coprì qualunque cosa avesse sentito.
Alcune macchine con su montati degli altoparlanti giravano, trasmettendo un messaggio che consigliava di restare in casa finché l'emergenza dell'elettricità non fosse stata risolta, evitando di accendere il gas e usando il telefono solo per lo stretto indispensabile.

La deviazione presa per cercare le sigarette aveva allungato la strada di almeno altri dieci minuti. Sev non ci pensò, sapendo che a Jonathan non sarebbe dispiaciuto.

Solo dopo alcune ore si sarebbe resa conto che quei dieci minuti di differenza le avevano salvato la vita.

1 commenti:

  1. INQUIETANTE, QUESTO SUPERMERCATO.
    IL RITMO COMINCIA A FARSI SERRATO.
    VADO SUBITO AL CAPITOLO 4!

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