mercoledì 21 luglio 2010

02

L’INCIDENTE ELLISSI
02
SEV


quartiere residenziale, Corsar Lane numero 327, numero 48 di una serie di edifici residenziali a basso costo.
Quarto piano, scala B, porta numero 14. Appartamento di Sev Freemantle.



Sev si portò le mani ai fianchi, guardandosi intorno. Nonostante le dimensioni ridotte dell'appartamento avessero impedito danni strutturali, l'intonaco dal soffitto si era staccato, coprendo il pavimento di una povere fine che le andava negli occhi e nel naso. Le foto incorniciate alle pareti erano cadute spargendo vetri rotti che crocchiavano sotto i piedi. Si chinò a raccoglierle una per una, vivide foto a colori di ambienti fumosi e di dubbia fama, tutte con lo stesso tema: Sev e il ring di pugilato, prima o dopo gli incontri, vincenti o perdenti che fossero. Dalla prima foto, quando lei aveva appena dieci anni, alla più recente, datata due mesi prima.

Sev raggiunse il letto disfatto, poggiò le foto sulle coperte e chiuse gli occhi, in ascolto. La porta del bagno era rimasta chiusa a chiave da quando si era svegliata. I cardini erano allentati, e la luce del sole filtrava da sotto la porta.
Si ritrovò a girare la chiave e aprire la porta per la terza volta quella mattina. Il freddo improvviso la fece rabbrividire. Un singolo, solitario fiocco di neve volò dentro la stanza.
La corrente era saltata e con essa la possibilità di informarsi normalmente, e nessuno sapeva cosa fosse successo di preciso, ma Sev non aveva problemi a immaginarlo. C'era stata un esplosione sotterranea di qualche tipo, come già era successo una volta da quando si era trasferita ad Aminthon, e il palazzo costruito con materiali di scarto in cui viveva si era inclinato e sbriciolato come un castello di sabbia.
Oltre la porta del bagno, che pendeva dalla parete per i cardini allentati, c'era una voragine di cemento grigio.

Il crollo aveva portato via l'intera scala B, dall'appartamento di Sev in poi, e il suo bagno. Non sapeva cosa fosse successo agli altri inquilini.
Tornò al letto e si sedette, facendo cigolare le molle. Le foto, impilate una sopra l'altra, caddero di lato. In cima alla pila era la prima immagine in ordine cronologico.
Sev Freemantle, 10 anni, guantoni da boxe troppo grandi in una mano e l'altra nella presa di sua madre, entrambe sorridenti nella piccola palestra della città. Sospirò, spargendo le cornici sulle coperte in disordine.
Distolse lo sguardo dalle foto, immagini che seguivano passo per passo, incontro per incontro, i suoi spostamenti per il paese e la sua trasformazione personale.
Nella prima, era una bambina emozionata, in Arizona. Nell'ultima, era una ragazza senza un soldo, con il volto distrutto e la sconfitta negli occhi, in quella città troppo fredda e troppo grande.

Si alzò e  tornò in quella che chiamava la sua "sala da pranzo", una stanza con una piccola finestra, un forno e un tavolo di plastica spinto in un angolo, con sopra il telefono e alcune scatolette vuote. Sollevò la cornetta e se la portò all'orecchio, un gesto così raro da sembrarle estraneo. Compose il numero lentamente, ricordando i gesti che ripeteva spesso in passato. Rimase immobile, aspettando un segnale di qualsiasi tipo. Silenzio.

Dopo alcuni minuti, rimise il telefono a posto e tornò in camera da letto. La valigia, sempre piena dato che non aveva un armadio, era poggiata per terra, quasi fosse sempre stata pronta a partire. Raccolse le foto, le avvolse in uno dei suoi maglioni e le mise nella valigia. Poi attraversò di nuovo la stanza, raccolse la giacca dal pavimento e uscì, chiudendosi a chiave la porta alle spalle.


In quella parte della città gli aiuti non erano arrivati fino al mattino, quando la crisi era in pieno svolgimento. La scala B era meno abitata della A, ma fra i cinque piani che erano crollati, almeno sei o sette appartamenti erano abitati, e due di questi, le porte 17 e 18 del suo stesso piano, ospitavano delle famiglie.
Davanti al portone esterno erano parcheggiati camion dei vigili del fuoco e ambulanze. Molti degli inquilini sopravvissuti si erano già spostati in luoghi più sicuri o nel vicino rifugio per sfollati allestito dalla croce rossa, ma altri, come Sev, erano rimasti, e altri ancora erano stati feriti.
Per impedire di affollare gli ospedali con i feriti meno gravi, era stato montato un piccolo “ospedale da campo”, un ampio tendone illuminato con lampade al neon, in cui i medici curavano chi era stato ferito nel crollo. La ragazza camminò per qualche minuto intorno alla tenda che nascondeva le brande con i feriti, poi si avventurò dentro.
Nonostante fuori ci fosse il sole, la luce era data da lampade su pavimento e pareti. L’aria era piena di gemiti di dolore, voci e suoni di medici e infermieri che correvano da un lato all’altro. In fondo al tendone, qualcuno singhiozzava rumorosamente.
Conosceva pochi dei feriti, e tutti solo di vista. Si voltò per andarsene e sentì qualcuno chiamare il suo nome.

- Sev! Da questa parte!- Si voltò verso la sorgente del suono. Un uomo in una branda la salutava con la mano. Sev sorrise e lo raggiunse in fretta.

-Signor Foreman! Cosa ci fa lei qui? Non è ferito, vero?- chiese, preoccupata. Jonathan Foreman, 40 anni e due divorzi alle spalle, unico amico di Sev, nonostante insistesse a dargli del lei. Si era sollevato sulla branda, puntellandosi con un gomito. La gamba destra sporgeva dalle coperte, con bendaggi macchiati di sangue che coprivano piede e polpaccio.
L'uomo abbassò lo sguardo verso la gamba, notando l’espressione della sua vicina.

-Tranquilla, non è grave.- minimizzò. -Tu come stai? Quando ho sentito che la scala B era crollata, ho temuto il peggio.-
Sev abbassò lo sguardo.
-Non si preoccupi. Il mio appartamento è piccolo, quindi non è successo niente. Bè, più o meno. Il mio bagno è crollato.-
Rughe di preoccupazione comparvero sulla fronte dell'uomo. Aveva i capelli ingrigiti e una barba incolta, e sotto la spettrale luce nella tenda, sembrava molto più vecchio della sua età.
-Immagino che te ne andrai adesso.-
Sev annuì lentamente. L'uomo abbassò lo sguardo, sospirando, e il silenzio cadde fra i due. La persona nella branda più vicina si mosse e mandò un gemito.
-Spero che tu cambi idea, Sev. Mi dispiacerebbe vederti andare via. Ma se è una tua scelta, la rispetterò.-
-non sono sicura di voler lasciare la città, almeno per il momento.- mormorò. –ma non so dove potrei andare.-
-non dire cazzate, lo sai benissimo. Il mio appartamento è intatto. Se non te la senti di partire subito, puoi sempre stare da me per un po'.- propose lentamente l'uomo. Sev alzò lo sguardo verso di lui, e lo riportò alla sua gamba ferita. Jonathan rise ad alta voce.
-ti preoccupi troppo, Sev. Starò bene. Potremmo aiutarci a vicenda. In fondo nessuno è bravo come te ad aprire scatolette.- suo malgrado, Sev si ritrovò a sorridere. Lei non sapeva cucinare, ma una battuta ricorrente fra lei e Jonathan Foreman era la sua abilità di nutrirsi quasi esclusivamente di scatole di cibo sott'olio.

L'uomo indicò con il pollice il letto accanto al suo.
-ti ricordi della signora Murphy, vero? Ero a casa sua quando il palazzo è crollato. E' svenuta per lo shock, e le è venuta la febbre.- Sev si voltò verso la persona fra le coperte.
La signora Murphy era una pensionata, che più di una volta aveva preso sotto la sua ala la giovane pugile dalla faccia massacrata e il solitario vicino di casa. Sev ricordava di lei.
-mi dispiace che stia male.-
-non è niente di strano. E' anziana, e ha avuto un forte spavento. I dottori dicono che si riprenderà, comunque.-
La ragazza annuì.
-stavo per andare al supermercato. Se davvero dovessi partire, mi servirebbe più di una borsa rotta con qualche vestito dentro, e se dovessi rimanere con lei potrebbe fare comodo un po' di spesa. Vuole qualcosa in particolare?-
L'uomo sorrise, ma non rispose subito.
-ho abbastanza cibo per sopravvivere all’apocalisse, lo sai. Solo… Ho finito il burro di arachidi, ora che mi ci fai pensare. Tieni, non voglio pesare sulle tue tasche.- Si sporse oltre l'orlo della branda e gemette, poi si inclinò in avanti, stringendo la mano sui bendaggi. Sev si mosse verso di lui e gli spostò le mani per impedirgli di ferirsi accidentalmente.
-no! Mi restituirà i soldi quando torno, non si preoccupi. Ora si sdrai e stia buono.-
Jonathan annuì. Un velo di sudore gli copriva la fronte.
-sei una brava ragazza, Sev.- si sforzò di sorridere, ma la sua espressione sembrava più una smorfia di dolore.
-è sicuro di non aver bisogno di altro? E' appena crollata metà del suo palazzo, e lei ha una gamba ferita...-
-Allora... Sigarette. Mi sembra un ottimo momento per ricominciare a fumare.- ansimò, poi tornò a sdraiarsi sul cuscino, portando una mano alla fronte. Nel letto accanto, la signora Murphy si mosse di nuovo e tossì più forte. I dottori e gli infermieri erano quasi tutti impegnati, ma uno trovò comunque il tempo di avvicinarsi a Sev e spingerla verso la porta.
-tornerò subito!- chiamò verso il signor Foreman. Lui annuì lentamente e sorrise, poi chiuse gli occhi. Sev raggiunse l'orlo del tendone e lo aprì, uscendo di nuovo all'esterno. Una folata di vento la fece rabbrividire e si strinse nelle spalle. Non pensò a voltarsi di nuovo.

1 commenti:

  1. VADO AL SUPERMERCATO A VEDERE CHE COSA SUCCEDE! ADDIO!!!
    EMILIO S.

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