L’INCIDENTE ELLISSI
13
Le mani dei morti
Aminthon: megapoli del futuro. Nata dalla lenta unione di due città confinanti. Chilometri su chilometri di abitazioni, quartieri ricchi, poveri, industriali, abbandonati, cantieri su cantieri.
Milioni di persone come una massa di formiche.
Nell’arco degli anni, e con la ricostruzione di parte della città, Aminthon aveva attirato a sé nuovi abitanti come mosche al miele.
Ed era così facile dimenticarlo.
Sev sentì lacrime amare pungerle gli occhi mentre la realizzazione si insinuava nella sua mente.
Era finita.
Tutta la sua fatica, tutti i suoi sforzi, i suoi sogni, tutto portava a quel momento, a lei con una caviglia slogata, in un palazzo circondato dall’esercito dei morti.
Tirò su con il naso e appoggiò la fronte contro il vetro della finestra, sentendosi patetica.
Ripensò alle foto ancora nell’appartamento. Alla macchia di sangue sul letto dove sarebbe dovuto essere Jonathan. Alla sua vicina di casa, infettata. All’uomo con il megafono fatto a pezzi sotto l’occhio della telecamera.
A sua madre, in Arizona, che sarebbe rimasta ad aspettare una telefonata che non sarebbe mai arrivata.
Chissà se sentiranno la mia mancanza, a casa, si chiese.
-Sev?-
La ragazza si raddrizzò di scatto, presa alla sprovvista, ma evitò di voltarsi, optando invece per fingere di stare guardando fuori.
-sono pronta. Andiamo?-
-va tutto… Huh, va tutto bene? Sev?-
-sto bene, Holly. Andiamo.- cercò di asciugarsi le lacrime il più discretamente possibile e le rivolse il suo migliore ghigno deciso.
All’interno del vicolo, l’acustica era deformata, facendo sembrare ogni suono troppo lontano o vicino, al punto che Holly, che in precedenza aveva rivelato un udito incredibile, mostrava crescenti segni di frustrazione al non potersi rendere utile in quel modo. Dopo i primi falsi allarmi, aveva chiesto a Donovan di passarle il fucile, e apriva la fila camminando molto più lentamente di quanto sembrasse sicuro.
Si erano calati nel vicolo passando dalla finestra del bagno. Donovan, grosso e leggermente in soprappeso, aveva avuto delle difficoltà a passare, e in più di un’occasione la corda che avevano usato per scendere, una vecchia fune logora da alpinismo, aveva minacciato di cedere sotto il loro peso.
Ma erano riusciti a raggiungere terra intatti, e ora le pareti di mattoni umidi li sovrastavano da entrambi i lati, costringendoli a procedere in fila indiana.
Sev camminava al centro, cercando di appoggiarsi al muro il più spesso possibile per alleviare la pressione che il suo stesso peso faceva sulla caviglia slogata.
Si stava movendo in avanti con le mani poggiate contro i muri, ondeggiandosi per cercare di camminare con un piede solo sopra quando Holly si fermò bruscamente.
-sentite anche voi questa puzza?-
Donavan, che chiudeva la fila, sbuffò irritato.
-bella battuta. Quale di preciso? Perché posso contarne almeno una decina qui, di odori che preferirei non sentire…-
Sev sollevò la testa, guardandosi intorno. Lo sentiva anche lei adesso.
La nebbia, diradandosi, aveva lasciato un tanfo di polvere e acido che bruciava gola e narici. C’era l’odore di umido e muffa che emanava dal vicolo stesso. Sangue secco dai suoi vestiti, sudore dai loro corpi e quello che avrebbe potuto descrivere solo come un fetore di sangue, intestini e carne bruciata, da una finestra direttamente sopra le loro teste.
-ATTENTI!-
Fece appena in tempo a spostarsi all’indietro quando un infetto precipitò davanti a lei, impattando con il terreno con un suono nauseante di ossa spezzate. Sev si portò una mano alla bocca per soffocare un urlo, ma il suo allarme di prima, gridato a pieni polmoni, era bastato.
All’unisono, decine di teste di infetti si voltarono verso di loro, e con un lamento collettivo, cominciarono a muoversi verso il vicolo.
Sev si sforzò di recuperare l’equilibrio, soffocando un grugnito di dolore quando dovette spostare tutto il suo peso sulla caviglia ferita, ma prima di potersi rimettere del tutto in piedi, sentì delle mani premerle contro la schiena, e incespicò in avanti, finendo faccia a terra, in parte sopra il cadavere. Sentì un vago calore quando il sangue penetrò attraverso i suoi pantaloni, bagnando la pelle. Trattenendo i conati di vomito, si trascinò lontano dal corpo.
-Sev! Cristo, stai bene?-
la ragazza afferrò la mano estesa della compagna e cercò di rialzarsi, sputando per terra e massaggiandosi il naso con una mano.
-Cazzo, Donovan, cosa credevi di...-
una mano le si avvolse intorno alla caviglia come una tenaglia.
Holly lasciò andare la presa sul braccio di Sev mentre la massa insanguinata per terra si contorceva, pulsava, e infine cominciava a sollevarsi, rivelando un volto dalla mascella spaccata e coperto di ustioni.
La pugile ricadde all'indietro, sbattendo sui gomiti e scalciando per scrollarsi l'infetto di dosso. Lo colpì al volto, e in un attimo di orrore vide Donovan ritrarsi, come a permettere alla creatura di affondare i denti nel suo corpo.
Poi, alle sue spalle, uno scatto meccanico.
Sev ebbe appena il tempo per un ansito di sorpresa prima della detonazione. La testa dell'infetto esplose in una massa di carne, osso, capelli e materia cerebrale, schizzando addosso a Sev e alla schiena di Donovan. La giovane storse la bocca in una istintiva smorfia di disgusto.
Holly le offrì di nuovo la mano e questa volta, il cadavere non si mosse mentre lei si rimetteva in piedi, appoggiandosi al muro mentre aspettava che le ginocchia smettessero di tremare.
-Credo di doverti la vita.- Ansimò, cercando di ripulirsi con la manica del giaccone e finendo solo con lo sporcarsi ulteriormente.
Si voltò a guardarla, e per un attimo vide negli occhi della compagna un’espressione di incertezza assoluta, subito sostituita dalla sua solita espressione seria, leggermente irritata. Questa volta, però, non era rivolta a lei.
-Donovan. Voltati.-
-Li ha avvertiti.-
-cosa?-
l'uomo fece un passo in avanti, perle lucide di sudore che scorrevano fra le rughe del volto, lungo la testa rasata.
-SANNO CHE SIAMO QUI, HOLLY!-
lei abbassò lo sguardo sul fucile, poi di nuovo verso il vicolo. Non rispose.
-Holly?-
ci fu un attimo di silenzio prima che cominciassero i lamenti. Il suo sguardo tornò a focalizzarsi e assunse un'espressione determinata.
-Andate avanti. Vi copro le spalle.-
-bella battuta.- commentò Sev, lasciando i compagni momentaneamente confusi. -Nessuno resta indietro.- spinse la ragazza di lato e trattenne il fiato per superarla nello stretto vicolo, mazza da baseball stretta in mano.
-Sev, tu...-
-io sono ferita. Ma posso lo stesso essere un ottimo scudo umano... E anche se non sono un granchè a fare a botte, me la cavo con la mazza da baseball.- si voltò verso i compagni con un ghigno forzato. -basta che mi dici dove andare.-
Sev sollevò la mazza da baseball, roteando su se stessa per centrare la testa di un secondo infetto. Quello che aveva appena colpito cadde a terra con un tonfo, il cranio spaccato in due. L'impatto con l'osso si ripercosse lungo il braccio, una sensazione quasi rilassante di calma mentre avanzava al centro della strada, ruggendo come un predatore. Dietro di lei, Donovan ne spinse uno a terra con un calcio, sbilanciandosi all'indietro per una frazione di secondo prima di riprendere il controllo e colpire alla cieca con il bastone da golf ormai piegato.
-c'è un incrocio più avanti! Se continuiamo per qualche metro...- Holly s’interruppe per allontanare un braccio esteso verso il suo volto.
-... Se continuiamo possiamo raggiungere una delle strade principali e allontanarci da questo quartiere!-
Sev grugnì un assenso, gettando quello che sembrava un turista a terra con una spallata. La pelliccia che indossava si aprì per mostrare brevemente un maglione strappato e una ferita circolare sullo stomaco, costellata di piccoli tagli regolari, terribilmente familiare. Sev distolse lo sguardo appena in tempo per evitare che un infetto le mordesse via un orecchio.
L'adrenalina le permetteva di ignorare il dolore pulsante alla caviglia, ma muoversi diventava sempre più difficile a mano a mano che continuava ad avanzare verso l'incrocio. Nella realtà, raggiungerlo avrebbe significato solo altri combattimenti, nonostante ci fossero meno infetti. Nella sua mente resa sempre meno lucida dalla carenza di sonno e dal dolore, era invece un ancora di salvezza, un inganno del suo stesso inconscio per costringersi a continuare.
Dietro di lei, Holly bestemmiava fra un ansito e l'altro, le braccia strette attorno al fucile con cui si limitava a colpire gli infetti, rifiutandosi di sprecare cartucce preziose.
In un ultimo rush di energia, Sev afferrò la ragazza e l'uomo per gli orli delle giacche e fece una goffa corsa verso l'incrocio.
Incespicò, lasciò la presa. Holly e Donovan la superarono in una corsa goffa.
Le sue ginocchia colpirono il terreno con un tonfo, e quelle che sembravano centinaia di mani sanguinanti le furono addosso.
Un altra detonazione, registrata solo a livello inconscio dalla sua mente allucinata. Un lampo di luce, un suono asciutto mentre le mani afferravano il giubbotto, strappando le tasche e afferrando la stoffa. E attraverso la maglietta poteva sentirle. Le mani degli infetti, e un paio di mani umane strette su un braccio, meravigliosamente calde.
Tornò a focalizzarsi.
-lasciatela, figli di puttana!- la voce di Holly risuonò nel fondo delle sue orecchie come se venisse da dentro un tunnel. Le sensazioni tornarono, e registrò in un attimo di lucidità cristallina gli infetti alle sue spalle, la mazza da baseball ancora stretta nella sua mano insensibile, la giacca quasi del tutto lacerata che pendeva dalle sue spalle, le mani di Donovan che cercavano di trascinarla via dagli infetti e Holly, fucile in mano, il volto deformato da una smorfia di concentrazione.
In un attimo Sev lasciò andare la mazza e si abbassò, piegando le braccia all'indietro. La forza con cui avevano afferrato il giubbotto portò gli infetti a rotolare all'indietro quando scivolò via dal suo corpo.
-andiamo!- urlò, rialzandosi in piedi e incespicando in avanti, usando la forza stessa della caduta per muoversi verso l'incrocio. Donovan la sorresse, aiutandola a restare in piedi mentre Holly gli copriva le spalle con il fucile sollevato.
Uscirono dalla strada, e per qualche secondo, Sev perse completamente l'orientamento. Chiuse gli occhi per un attimo e li riaprì per vedere Holly che si guardava intorno. Seguì il suo sguardo verso la strada alla loro sinistra.
E si rese conto, in un attimo di cupa comprensione, quanto fosse effettivamente brutta la situazione. Fino a quel momento, avevano avuto fortuna: i loro unici incontri con quello da cui stavano sfuggendo erano stati così sparsi da far sembrare la situazione un problema controllabile, con un po' di organizzazione e munizioni sufficienti.
Non era così.
C'era un intero esercito per le strade. barcollando, vomitando sangue e fluidi grigiastri, la schiena china, gli arti abbandonati lungo i fianchi, abiti ancora relativamente intatti e puliti nonostante l'aspetto truculento di chi li indossava. E lentamente, le loro teste si sollevarono, occhi opachi come coperti da una patina bianca si fissarono su di loro. E cominciarono a muoversi.
Alcuni, i più forti, i più giovani, erano veloci. Mentre la maggior parte si trascinava lentamente nella loro direzione, rallentati da arti all'apparenza rotti o danneggiati o semplicemente inerti, alcuni si mossero in un’imitazione barcollante di corsa, la bocca aperta in un urlo muto e gli occhi fissi sul piccolo gruppo di umani.
Senza pensare, Sev afferrò di nuovo i compagni bloccati e li costrinse a voltarsi verso l'altra strada, relativamente vuota. Cominciarono a correre, ma vide Holly lanciare uno sguardo preoccupato alla strada.
-stiamo andando nella direzione sbagliata...- commentò, debolmente. Sev e Donovan la ignorarono, e a mano a mano che si allontanavano e superavano i pochi infetti sulla strada accelerò, superando la corsa barcollante di Sev, che cercava di evitare di mettere peso sulla caviglia ferita. Superarono una fila di palazzi vecchi e prima che imboccassero una seconda strada all'apparenza vuota, Holly si voltò per afferrarle la mano guantata, stringendola momentaneamente come per rassicurarla, nonostante sembrasse sempre più evidente come fosse lei ad essere quella più spaventata.
L'incidente Ellissi
Storia online a tema "apocalisse zombie", che segue un'abitante della megapoli americana di Aminthon dal momento dell'incidente e delle prime infezioni in una lunga lotta per la sopravvivenza. Aggiornato settimanalmente.
lunedì 22 novembre 2010
martedì 26 ottobre 2010
12
L'INCIDENTE ELLISSI
12
UNDICI CARTUCCE DI SOPRAVVIVENZA
Sopra due rampe di scale e oltre una porta ora sbarrata, l'appartamento era piccolo e intasato di mobili economici. Le pareti erano macchiate dal fumo e annerite dalla muffa, e le mattonelle scheggiate sul pavimento erano storte e incrostate.
A giudicare dall'odore di chiuso, non ci entrava nessuno da settimane.
Rassicurata per il fatto di non dover controllare la presenza di infetti, Sev si trascinò fino a un divano logoro, costringendosi a togliersi le scarpe prima di abbandonarsi contro i cuscini. Dopo la corsa, si sentiva come se le avessero piantato dei chiodi da fabbro nella caviglia. Controvoglia, si tirò sui gomiti e passò una mano sopra la pelle gonfia coperta dal calzino mezzo srotolato e si morse il labbro inferiore, pensierosamente.
Cercando di non farsi notare dai due compagni di fuga che rivoltavano l'appartamento da cima a fondo, prese il kit di pronto soccorso dalla borsa e saltellò fino al bagno, chiudendosi a chiave e appoggiandosi sul gabinetto mentre si toglieva la calza.
Come aveva immaginato, senza niente ad avvolgerla sembrava molto più gonfia, e la pelle aveva assunto un colore violaceo. La sfiorò con la punta delle dita e le ritrasse immediatamente.
Prese un rotolo di garza e cominciò ad avvolgerlo intorno alla caviglia, fermandosi per assicurarsi che fosse abbastanza stretto, ma non tanto da causarle ulteriori problemi. Era brava in questo: la sua passione per il pugilato le aveva insegnato l'uso del pronto soccorso molto più in fretta di quanto volesse ammettere, e dato che viveva da sola sapeva prendersi cura di sé stessa.
Avrebbe voluto metterci del ghiaccio, ma sapeva di non poterne trovare in quell'appartamento, vuoto e senza corrente da settimane, quindi si limitò a finire il bendaggio. Si alzò lentamente, appoggiandosi al lavandino impolverato per vedere se riusciva a camminarci sopra, e sussultò nel momento in cui il piede toccò terra. Sperando che gli altri non notassero il suo zoppicare, tornò verso il divano e si inginocchiò davanti al suo zaino, prendendo una scatoletta di carne e una confezione di anti infiammatori da prendere dopo.
Aveva appena cominciato a mangiare quando senti' un urlo trionfante dall'altra parte dell'appartamento, soffocato da un rimprovero brusco nella bassa voce tonante di Donovan.
Qualche secondo dopo Holly si precipito' nella stanza, sollevando un fucile da caccia e una scatola di cartucce come dei trofei di guerra sopra la testa, un ghigno trionfante sul volto pallido.
-Dio benedica l'America!-
Sev si sollevo' dalla sua posizione sdraiata, alzando i pugni in un gesto di vittoria
-ci voleva un po' di fortuna!-
La ragazza si rilasso', aprendo la scatola di cartucce mentre la pugile tornava a mangiare, lo sguardo ancora fisso su di lei. Holly fece un suono deluso con la lingua, appoggiandosi allo stipite della porta mentre Donovan le si avvicinava gettando uno sguardo sul fucile.
-mezza fortuna, più che altro. Questa bellezza ha solo undici cartucce rimaste.-
Tutti e tre abbassarono la testa all'unisono, involontariamente. Sev torno' a dedicarsi al cibo, smettendo di ascoltare i commenti a bassa voce fra Donovan e Holly che decidevano chi avrebbe tenuto il fucile. Non aveva senso partecipare alla discussione, considerando che non aveva mai sparato con un arma fino ad allora. Inoltre, la sua vista non era molto buona.
Finito di mangiare prese due pasticche dal blister di anti infiammatorio, mandandole giù senza acqua e masticando finche' la sua bocca non fu resa quasi insensibile dal sapore amaro. All'improvviso il divano lacerato su cui era sdraiata sembrava molto più comodo, e con la caviglia sollevata su un bracciolo riusciva quasi a non sentire niente. Girò la testa in modo da poter tenere d'occhio la porta e lasciò che le palpebre si chiudessero a poco a poco, scivolando in un sonno esausto e popolato di immagini di corpi sanguinanti e unghie e denti luridi di fluido grigio che laceravano la sua carne.
---------------------------------------------------------------------
Si sveglio' nella stessa posizione sul divano rigido, i muscoli tesi e la testa dolorante come se si stesse riprendendo da una sbronza.
Borbottando, si portò una mano fredda alla fronte, cercando di aprire le palpebre rese pesanti dalla stanchezza.
Luce arancione filtrava da dietro le persiane abbassate, dipingendo strisce sfocate sul suo corpo abbandonato, il pavimento e i mobili ammassati. Appoggiata con la schiena sul muro opposto alla finestra c'era Holly, una sigaretta stretta fra i denti, non la prima a giudicare dai mozziconi ai suoi piedi.
Si era tolta il giubbotto, mostrando un corpo magro e muscoloso, con le braccia esposte decorate da tatuaggi neri. Uno di questi risaliva lungo il collo sugli zigomi e finiva in una decorazione attorno all'occhio destro, che Sev aveva precedentemente scambiato per un livido. Aveva i capelli castano chiaro, corti e irregolari, e dei lineamenti duri, androgini.
La ragazza si rese conto di essere osservata e fece un vago saluto verso la pugile.
-per quanto ho dormito?-
-non molto. Tre ore al massimo.- soffio' una nuvola di fumo verso l'alto e rimase a fissare il soffitto.
-probabilmente troppo.- aggiunse cupamente. Sev non capì a cosa si riferiva finché non accenno' alla finestra e le sue orecchie cominciarono a registrare il suono che veniva dalla strada. Si alzo' di scatto, barcollando verso la finestra e osservando oltre le tapparelle.
-cristo...- si allontano', passandosi una mano fra i capelli e cominciando a girare per la stanza, momentaneamente dimentica della caviglia ferita.
-avreste dovuto svegliarmi, cazzo!- sbotto' poi.
-non servi a niente se crolli dal sonno.-
-non servo a niente neanche se siamo CIRCONDATI DA ZOMBIE!- scattò Sev, stringendo i pugni contro i fianchi. Donovan si era affacciato alla porta, osservandola. La camicia che portava era aperta sul petto, e in una mano teneva il fucile.
-non chiamarli cosi'. Gli zombie non...-
-E' ESATTAMENTE QUELLO CHE SONO!-
-non sappiamo se chi è stato morso si trasformi o idiozie simili...-
-Ma e' un cazzo di VIRUS! E' infettivo! Non ce ne sarebbero cosi' tanti la fuori se...-
Sev si fermo', respirando a fondo per calmarsi.
-ok. Ok. Dobbiamo solo fare un piano per...-
-chi ti ha detto che sei tu il capo adesso?-
Sev si fermo' e guardo' in basso verso la ragazza, ancora seduta per terra. Lei prese casualmente un altra sigaretta dal pacchetto in tasca e la accese usando le braci di quella che aveva appena finito.
-non sto cercando di comandare.-
-ci stai dando degli ordini. Questo e' comandare per me.-
-sto solo cercando di trovare un modo per uscire da questa situazione!-
Donovan si batte' casualmente la canna del fucile contro il palmo della mano, fissando alternativamente le due.
-nessuno ti ha chiesto suggerimenti, Sev.-
-allora proponete qualcosa! Qualsiasi cosa!-
-qualsiasi cosa, Sev? Potremmo sempre metterti k.o. Rubarti le attrezzature e usarti come esca per gli infetti mentre scappiamo. Siamo due contro una, e tu sei ferita.-
La voce dell'uomo era scesa a poco più' di un borbottio funereo, lo sguardo perso nel vuoto, il fucile inclinato casualmente a puntare la caviglia bendata della ragazza.
Holly si volto' lentamente a guardarlo, piegandosi in avanti, mentre Sev lo fissava in silenzio.
-Donovan, che cazzo stai dicendo?-
Lui rimase fermo per quelli che sembrarono minuti interi, poi sospiro', passandosi una mano sul volto.
-io... Non lo so. Non...-
Holly si alzo', schiacciando la sigaretta sotto il tacco e spolverandosi la cenere dal grembo.
-d'accordo allora. Si fa quello che dico io per adesso. Le liti e' meglio tenerle per dopo.-
Si allungo' per prendere il fucile dalla presa inerte dell'uomo e indico' il corridoio.
-scendendo dalla finestra del bagno potremo scendere sulla strada. C'e' un vicolo qui vicino stretto solo abbastanza per poterci passare in fila indiana, cosi' non rischiamo di essere attaccati in massa. Conosco alcune strade come questa. Possiamo cavarcela per un po'.-
Donovan annuì debolmente.
Sev si voltò e cominciò a raccogliere le sue cose, in cupo silenzio.
Chiedo scusa per l'infima qualità dell'editing di questo capitolo. Non ho nessuno che mi aiuti a farlo, e dato che quasi nessuno legge questa storia non ho neanche tutta questa motivazione a impegnarmi. -Eva D.
12
UNDICI CARTUCCE DI SOPRAVVIVENZA
Sopra due rampe di scale e oltre una porta ora sbarrata, l'appartamento era piccolo e intasato di mobili economici. Le pareti erano macchiate dal fumo e annerite dalla muffa, e le mattonelle scheggiate sul pavimento erano storte e incrostate.
A giudicare dall'odore di chiuso, non ci entrava nessuno da settimane.
Rassicurata per il fatto di non dover controllare la presenza di infetti, Sev si trascinò fino a un divano logoro, costringendosi a togliersi le scarpe prima di abbandonarsi contro i cuscini. Dopo la corsa, si sentiva come se le avessero piantato dei chiodi da fabbro nella caviglia. Controvoglia, si tirò sui gomiti e passò una mano sopra la pelle gonfia coperta dal calzino mezzo srotolato e si morse il labbro inferiore, pensierosamente.
Cercando di non farsi notare dai due compagni di fuga che rivoltavano l'appartamento da cima a fondo, prese il kit di pronto soccorso dalla borsa e saltellò fino al bagno, chiudendosi a chiave e appoggiandosi sul gabinetto mentre si toglieva la calza.
Come aveva immaginato, senza niente ad avvolgerla sembrava molto più gonfia, e la pelle aveva assunto un colore violaceo. La sfiorò con la punta delle dita e le ritrasse immediatamente.
Prese un rotolo di garza e cominciò ad avvolgerlo intorno alla caviglia, fermandosi per assicurarsi che fosse abbastanza stretto, ma non tanto da causarle ulteriori problemi. Era brava in questo: la sua passione per il pugilato le aveva insegnato l'uso del pronto soccorso molto più in fretta di quanto volesse ammettere, e dato che viveva da sola sapeva prendersi cura di sé stessa.
Avrebbe voluto metterci del ghiaccio, ma sapeva di non poterne trovare in quell'appartamento, vuoto e senza corrente da settimane, quindi si limitò a finire il bendaggio. Si alzò lentamente, appoggiandosi al lavandino impolverato per vedere se riusciva a camminarci sopra, e sussultò nel momento in cui il piede toccò terra. Sperando che gli altri non notassero il suo zoppicare, tornò verso il divano e si inginocchiò davanti al suo zaino, prendendo una scatoletta di carne e una confezione di anti infiammatori da prendere dopo.
Aveva appena cominciato a mangiare quando senti' un urlo trionfante dall'altra parte dell'appartamento, soffocato da un rimprovero brusco nella bassa voce tonante di Donovan.
Qualche secondo dopo Holly si precipito' nella stanza, sollevando un fucile da caccia e una scatola di cartucce come dei trofei di guerra sopra la testa, un ghigno trionfante sul volto pallido.
-Dio benedica l'America!-
Sev si sollevo' dalla sua posizione sdraiata, alzando i pugni in un gesto di vittoria
-ci voleva un po' di fortuna!-
La ragazza si rilasso', aprendo la scatola di cartucce mentre la pugile tornava a mangiare, lo sguardo ancora fisso su di lei. Holly fece un suono deluso con la lingua, appoggiandosi allo stipite della porta mentre Donovan le si avvicinava gettando uno sguardo sul fucile.
-mezza fortuna, più che altro. Questa bellezza ha solo undici cartucce rimaste.-
Tutti e tre abbassarono la testa all'unisono, involontariamente. Sev torno' a dedicarsi al cibo, smettendo di ascoltare i commenti a bassa voce fra Donovan e Holly che decidevano chi avrebbe tenuto il fucile. Non aveva senso partecipare alla discussione, considerando che non aveva mai sparato con un arma fino ad allora. Inoltre, la sua vista non era molto buona.
Finito di mangiare prese due pasticche dal blister di anti infiammatorio, mandandole giù senza acqua e masticando finche' la sua bocca non fu resa quasi insensibile dal sapore amaro. All'improvviso il divano lacerato su cui era sdraiata sembrava molto più comodo, e con la caviglia sollevata su un bracciolo riusciva quasi a non sentire niente. Girò la testa in modo da poter tenere d'occhio la porta e lasciò che le palpebre si chiudessero a poco a poco, scivolando in un sonno esausto e popolato di immagini di corpi sanguinanti e unghie e denti luridi di fluido grigio che laceravano la sua carne.
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Si sveglio' nella stessa posizione sul divano rigido, i muscoli tesi e la testa dolorante come se si stesse riprendendo da una sbronza.
Borbottando, si portò una mano fredda alla fronte, cercando di aprire le palpebre rese pesanti dalla stanchezza.
Luce arancione filtrava da dietro le persiane abbassate, dipingendo strisce sfocate sul suo corpo abbandonato, il pavimento e i mobili ammassati. Appoggiata con la schiena sul muro opposto alla finestra c'era Holly, una sigaretta stretta fra i denti, non la prima a giudicare dai mozziconi ai suoi piedi.
Si era tolta il giubbotto, mostrando un corpo magro e muscoloso, con le braccia esposte decorate da tatuaggi neri. Uno di questi risaliva lungo il collo sugli zigomi e finiva in una decorazione attorno all'occhio destro, che Sev aveva precedentemente scambiato per un livido. Aveva i capelli castano chiaro, corti e irregolari, e dei lineamenti duri, androgini.
La ragazza si rese conto di essere osservata e fece un vago saluto verso la pugile.
-per quanto ho dormito?-
-non molto. Tre ore al massimo.- soffio' una nuvola di fumo verso l'alto e rimase a fissare il soffitto.
-probabilmente troppo.- aggiunse cupamente. Sev non capì a cosa si riferiva finché non accenno' alla finestra e le sue orecchie cominciarono a registrare il suono che veniva dalla strada. Si alzo' di scatto, barcollando verso la finestra e osservando oltre le tapparelle.
-cristo...- si allontano', passandosi una mano fra i capelli e cominciando a girare per la stanza, momentaneamente dimentica della caviglia ferita.
-avreste dovuto svegliarmi, cazzo!- sbotto' poi.
-non servi a niente se crolli dal sonno.-
-non servo a niente neanche se siamo CIRCONDATI DA ZOMBIE!- scattò Sev, stringendo i pugni contro i fianchi. Donovan si era affacciato alla porta, osservandola. La camicia che portava era aperta sul petto, e in una mano teneva il fucile.
-non chiamarli cosi'. Gli zombie non...-
-E' ESATTAMENTE QUELLO CHE SONO!-
-non sappiamo se chi è stato morso si trasformi o idiozie simili...-
-Ma e' un cazzo di VIRUS! E' infettivo! Non ce ne sarebbero cosi' tanti la fuori se...-
Sev si fermo', respirando a fondo per calmarsi.
-ok. Ok. Dobbiamo solo fare un piano per...-
-chi ti ha detto che sei tu il capo adesso?-
Sev si fermo' e guardo' in basso verso la ragazza, ancora seduta per terra. Lei prese casualmente un altra sigaretta dal pacchetto in tasca e la accese usando le braci di quella che aveva appena finito.
-non sto cercando di comandare.-
-ci stai dando degli ordini. Questo e' comandare per me.-
-sto solo cercando di trovare un modo per uscire da questa situazione!-
Donovan si batte' casualmente la canna del fucile contro il palmo della mano, fissando alternativamente le due.
-nessuno ti ha chiesto suggerimenti, Sev.-
-allora proponete qualcosa! Qualsiasi cosa!-
-qualsiasi cosa, Sev? Potremmo sempre metterti k.o. Rubarti le attrezzature e usarti come esca per gli infetti mentre scappiamo. Siamo due contro una, e tu sei ferita.-
La voce dell'uomo era scesa a poco più' di un borbottio funereo, lo sguardo perso nel vuoto, il fucile inclinato casualmente a puntare la caviglia bendata della ragazza.
Holly si volto' lentamente a guardarlo, piegandosi in avanti, mentre Sev lo fissava in silenzio.
-Donovan, che cazzo stai dicendo?-
Lui rimase fermo per quelli che sembrarono minuti interi, poi sospiro', passandosi una mano sul volto.
-io... Non lo so. Non...-
Holly si alzo', schiacciando la sigaretta sotto il tacco e spolverandosi la cenere dal grembo.
-d'accordo allora. Si fa quello che dico io per adesso. Le liti e' meglio tenerle per dopo.-
Si allungo' per prendere il fucile dalla presa inerte dell'uomo e indico' il corridoio.
-scendendo dalla finestra del bagno potremo scendere sulla strada. C'e' un vicolo qui vicino stretto solo abbastanza per poterci passare in fila indiana, cosi' non rischiamo di essere attaccati in massa. Conosco alcune strade come questa. Possiamo cavarcela per un po'.-
Donovan annuì debolmente.
Sev si voltò e cominciò a raccogliere le sue cose, in cupo silenzio.
Chiedo scusa per l'infima qualità dell'editing di questo capitolo. Non ho nessuno che mi aiuti a farlo, e dato che quasi nessuno legge questa storia non ho neanche tutta questa motivazione a impegnarmi. -Eva D.
lunedì 18 ottobre 2010
11
L'INCIDENTE ELLISSI
11
UN POSTO SILENZIOSO
Sev aveva sonno. Aveva veramente sonno.
Gli shock continui delle ultime ore avevano messo sotto enorme stress i suoi nervi già compromessi dalla sua vita di delusioni continue, e se la parte razionale della sua mente sapeva che doveva restare focalizzata il suo inconscio non desiderava altro che staccare la spina e lasciarsi cadere per terra.
Forse proprio vedendo la stanchezza riflessa sul suo volto e la sua postura inchinata in avanti, i suoi compagni decisero che Donovan sarebbe andato avanti per primo, seguito a breve distanza da Sev e con Holly a coprirgli le spalle, in modo che la pugile non causasse dei problemi avendo un calo di attenzione al momento sbagliato. Decise le posizioni e con le armi alla mano, si avvicinarono alla porta come un torneo funebre.
Donovan si sporse a guardare dallo spioncino, e passarono alcuni secondi prima che sporgesse la testa fuori dall'ingresso e facesse cenno alle altre di seguirlo.
Il corridoio era relativamente buio tranne per la fioca illuminazione delle lampade al neon. Gli unici suoni erano quelli dei loro respiri, quello di Sev un po' più affannoso degli altri.
L' uomo aprì la strada, la mazza da golf stretta fra le mani e sollevata sopra la testa rasata. Sev socchiuse gli occhi, osservando le porte sui lati del corridoio e cercando di capire se alcune fossero aperte, di sentire dei lamenti soffocati da dietro il legno. Holly si muoveva con maggiore familiarità, occasionalmente rallentando e alzando lo sguardo al soffitto.
-cosa stai facendo?- mormorò Sev dopo l'ennesima volta, fissandola da sopra la spalla. La ragazza si portò un dito sulle labbra screpolate e le fece cenno di voltarsi.
Raggiunsero le scale nel triplo del tempo necessario, i nervi a fior di pelle. Dalla tromba saliva un denso odore di chiuso e acido, e sembrava che la nebbia fosse filtrata attraverso il portone, avvolgendo pianterreno e primo piano. Holly tolse una sciarpa da dentro lo zaino e la avvolse intorno al volto a mo' di turbante, coprendosi la bocca e smorzando il suono del suo respiro. La lana colorata faceva uno strano contrasto con il giubbotto di pelle.
-Sev. SEV!- la voce dell'uomo la fece sussultare. Si voltò a fissarlo, e vide che aveva un espressione severa e tesa per l'ansia. Gocce di sudore scivolavano sul volto e fra le rughe. -sei rimasta ferma per quasi un minuto. Resta focalizzata!- Sev si morse il labbro inferiore e annuì, borbottando delle scuse a mezza voce mentre cominciavano a scendere le scale.
L'odore di marcio che aveva sentito prima si fece più' forte un piano sotto, quando passarono vicino alla porta socchiusa di un appartamento. Notò con la coda dell'occhio Holly voltarsi per tenerla d'occhio mentre scendevano, lo sguardo che saettava verso le scale sopra di loro.
-stiamo per entrare nella nebbia. Ragazza, tu conosci la mappa del palazzo, quindi adesso guiderai tu.- borbottò l'uomo, asciugandosi il sudore con il dorso della mano. Holly annuì, scivolando oltre i due. La sua mano sfiorò brevemente quella di Sev mentre muoveva i primi passi giù per la scala e dentro la coltre di nebbia, muovendosi con un passo che era il doppio dei lenti movimenti ansiosi di Donovan.
La combattente non fu in grado di dire quanto tempo avessero continuato a scendere prima di raggiungere l' ingresso, persa nella nebbia con come unica indicazione la schiena della compagna.
Smise di preoccuparsi, quasi perdendosi nel movimento regolare di fare un passo, aspettare che lei si muovesse e scendere un altro gradino finché non vide Holly rallentare e fermarsi, la testa sollevata verso l' alto come un predatore che annusa la preda.
-Holly?- la voce di Donovan era così sottile da essere quasi impossibile da sentire.
Lei si voltò, un dito poggiato sulle labbra, tornando verso di loro e avvolgendo le braccia sulle loro spalle, avvicinandoli a vicenda in modo da formare un circolo. Quando parlò, la sua voce era un sussurro spezzato.
-ho un buon udito, e conosco questo posto.- mormorò.
-ci sono almeno due infetti sulle scale sopra di noi. Uno e' nell'appartamento sotto al nostro. E credo che qualcuno ci stia seguendo da quando siamo entrati nell'appartamento.-
-altri infetti?- chiese Sev, gettando uno sguardo alle sue spalle.
La ragazza scosse il capo.
-non credo. Chiunque sia... Si ferma quando ci fermiamo noi.-
Sev sentì un brivido correre lungo la schiena.
-che facciamo?-
Si guardarono intorno, e da sopra le scale qualcosa urtò il parapetto.
-al mio tre corriamo alla porta- ansimò Holly.
Un altro tonfo.
-Tre!-
Sev non aspettò un secondo e si voltò verso la lama di luce livida che significava libertà. Tirò la porta verso di se, lasciando che gli altri uscissero e chiudendosela alle spalle, voltandosi verso la strada con la mazza da baseball alla mano mentre gli altri due bloccavano il portone appoggiandocisi contro.
Due macchine scontrate, i cofani accartocciati e piegati come lattine. Cassonetti della spazzatura. Un palo del telefono. Crepe nell'asfalto, nebbia e almeno cinque infetti che sollevarono la testa all'unisono verso di loro.
Avevano la pelle livida e tumefatta, con pustole scure e un liquido grigio mischiato a sangue che colava da bocca, naso e occhi e macchiava i vestiti incollandoli alla pelle. Una trascinava la gamba come se fosse priva di ossa. Un altro aveva il volto squarciato, lucido di sangue e costellato di frammenti di vetro che riflettevano la luce dei lampioni. Cinque paia di occhi si fissarono sui tre superstiti.
-santa merda.- sussurrò Sev.
Holly, le braccia poggiate sulla porta nel tentativo di tenerla chiusa contro il suono di urti contro il legno si voltò al suono ansioso della sua voce.
-cosa... Oh, cazzo!-
-muoviamoci, presto!- Donovan afferrò Holly per l'orlo della giacca, trascinandola lontana dalla porta mentre si apriva di botto. Almeno dieci infetti si precipitarono fuori, gorgogliando e agitando le braccia scoordinatamente nel tentativo di afferrarli.
Sev si voltò verso i cinque di prima, roteando la mazza da baseball e colpendone uno alla tempia. L'impatto si ripercosse sul braccio, sbilanciandola e gettando l'infetto faccia in giù sull'asfalto.
-Sev!-
La ragazza si voltò verso gli altri, facendo uno scatto in avanti per raggiungerli. Si precipitarono lungo la strada restando il più' vicini possibile, cercando di restare su un per evitare le auto e di essere attaccati da due parti. Un infetto salito su una macchina si lanciò in una corsa barcollante verso di loro per essere respinto da un colpo di mazza da golf che lo fece incespicare e cadere fra le vetture abbandonate.
Le sagome dei palazzi presero a cambiare in edifici più semplici, non ancora come quelli di cemento spaccato del quartiere povero e la zona industriale che avrebbero dovuto attraversare, ma abbastanza da permettergli di capire dove fossero. Presto si ritrovarono sudati e ansimanti, la loro corsa sempre meno veloce mano a mano che il rush di adrenalina finiva, lasciandoli stanchi e disorientati, ma ancora in pericolo.
Holly sollevò le braccia per fare cenno di fermarsi, e i due obbedirono, inchinandosi con le mani sulle ginocchia e riprendendo fiato in ansiti disperati. Erano a un incrocio fra due strade. Davanti a loro, la vetrata in pezzi di un negozio svaligiato. Da un lato una piazza, dall'altro la via che continuava per congiungersi alle strade principali.
-li abbiamo seminati, credo- sussurrò. Poi, prima che gli altri potessero parlare aggiunse -qui vicino c'e' la casa di un mio amico. Lui non c'e', ma ho le chiavi, e credo che avesse delle armi. Dovremmo andare a controllare?- pose la domanda con una voce stranamente insicura, fissando a turno i due.
Sev annuì con decisione. Non si sarebbe lamentata, ma la caviglia ora le faceva decisamente male, e anche se gli altri non sembravano averlo notato, aveva preso a zoppicare visibilmente.
Raggiunsero la piazza camminando in fretta e allo stesso tempo cercando di fare meno rumore possibile, raggiungendo un garage dal cui secondo Holly si poteva raggiungere la casa del suo amico. La saracinesca era abbassata solo in parte, e c'erano delle protuberanze sul metallo. Sev si avvicinò, ma lascio che fosse la compagna a inginocchiarsi per guardare sotto, fendendo l'oscurità' all'interno con la luce della torcia.
-sembra pulito...- borbottò. Insieme scivolarono dentro, a quattro zampe. Dopo qualche secondo di ricerche al buio Holly trovò l' interruttore di corrente e lo accese. Due infetti si voltarono di scatto verso di loro, gorgogliando, uno a meno di un metro dalla ragazza in giacca da aviatore.
-oh, CAZZO!- gridò mentre scattavano verso di loro. Le due superstiti si spostarono all' ultimo momento, e uno dei due infetti andò a schiantarsi contro la saracinesca. Donovan sollevò la mazza da golf e lo colpì alla testa con un sonoro schiocco di plastica su osso, mandandolo a rotolare per terra. Nel frattempo il secondo, con indosso un gilet catarifrangente, barcollò verso Holly, che si schiacciò contro il muro, paralizzata. Un attimo prima che la bocca sbavante sangue si chiudesse sulla sua carne, Sev lo afferrò per la schiena, sbattendolo a terra, poi voltò per colpire con la mazza quello che era stato attaccato da Donovan e che si era rialzato barcollando, sbattendolo di nuovo contro il pavimento di cemento bagnato dall'umidità.
Sentì il respiro dell'infetto sulla sua guancia prima di accorgersi delle mani dalle unghie spezzate che ghermivano il retro del suo giubbotto. Urlando, cercò di divincolarsi, prima che un altro paio di braccia si insinuasse fra il suo collo e la testa dell'infetto.
Sev sentì distintamente il suono delle ossa del cranio che si fratturavano e spaccavano mentre Donovan infieriva sull'infetto. Si liberò dalla presa del secondo abbassandosi e si voltò a guardare. Holly l' aveva afferrato alle spalle. Con un gesto rapido, strinse le mani sulla sua vittima e gli spezzò l'osso del collo. L'infetto crollò a terra, sotto lo sguardo stordito della ragazza. I tre si guardarono per qualche secondo, allucinati, poi Holly tossicchiò nervosamente.
-bel gioco di squadra- commentò Sev.
-giusto. E nel frattempo abbiamo allertato ogni singolo infetto nel raggio di chilometri.- aggiunse Donovan, ansimando.
11
UN POSTO SILENZIOSO
Sev aveva sonno. Aveva veramente sonno.
Gli shock continui delle ultime ore avevano messo sotto enorme stress i suoi nervi già compromessi dalla sua vita di delusioni continue, e se la parte razionale della sua mente sapeva che doveva restare focalizzata il suo inconscio non desiderava altro che staccare la spina e lasciarsi cadere per terra.
Forse proprio vedendo la stanchezza riflessa sul suo volto e la sua postura inchinata in avanti, i suoi compagni decisero che Donovan sarebbe andato avanti per primo, seguito a breve distanza da Sev e con Holly a coprirgli le spalle, in modo che la pugile non causasse dei problemi avendo un calo di attenzione al momento sbagliato. Decise le posizioni e con le armi alla mano, si avvicinarono alla porta come un torneo funebre.
Donovan si sporse a guardare dallo spioncino, e passarono alcuni secondi prima che sporgesse la testa fuori dall'ingresso e facesse cenno alle altre di seguirlo.
Il corridoio era relativamente buio tranne per la fioca illuminazione delle lampade al neon. Gli unici suoni erano quelli dei loro respiri, quello di Sev un po' più affannoso degli altri.
L' uomo aprì la strada, la mazza da golf stretta fra le mani e sollevata sopra la testa rasata. Sev socchiuse gli occhi, osservando le porte sui lati del corridoio e cercando di capire se alcune fossero aperte, di sentire dei lamenti soffocati da dietro il legno. Holly si muoveva con maggiore familiarità, occasionalmente rallentando e alzando lo sguardo al soffitto.
-cosa stai facendo?- mormorò Sev dopo l'ennesima volta, fissandola da sopra la spalla. La ragazza si portò un dito sulle labbra screpolate e le fece cenno di voltarsi.
Raggiunsero le scale nel triplo del tempo necessario, i nervi a fior di pelle. Dalla tromba saliva un denso odore di chiuso e acido, e sembrava che la nebbia fosse filtrata attraverso il portone, avvolgendo pianterreno e primo piano. Holly tolse una sciarpa da dentro lo zaino e la avvolse intorno al volto a mo' di turbante, coprendosi la bocca e smorzando il suono del suo respiro. La lana colorata faceva uno strano contrasto con il giubbotto di pelle.
-Sev. SEV!- la voce dell'uomo la fece sussultare. Si voltò a fissarlo, e vide che aveva un espressione severa e tesa per l'ansia. Gocce di sudore scivolavano sul volto e fra le rughe. -sei rimasta ferma per quasi un minuto. Resta focalizzata!- Sev si morse il labbro inferiore e annuì, borbottando delle scuse a mezza voce mentre cominciavano a scendere le scale.
L'odore di marcio che aveva sentito prima si fece più' forte un piano sotto, quando passarono vicino alla porta socchiusa di un appartamento. Notò con la coda dell'occhio Holly voltarsi per tenerla d'occhio mentre scendevano, lo sguardo che saettava verso le scale sopra di loro.
-stiamo per entrare nella nebbia. Ragazza, tu conosci la mappa del palazzo, quindi adesso guiderai tu.- borbottò l'uomo, asciugandosi il sudore con il dorso della mano. Holly annuì, scivolando oltre i due. La sua mano sfiorò brevemente quella di Sev mentre muoveva i primi passi giù per la scala e dentro la coltre di nebbia, muovendosi con un passo che era il doppio dei lenti movimenti ansiosi di Donovan.
La combattente non fu in grado di dire quanto tempo avessero continuato a scendere prima di raggiungere l' ingresso, persa nella nebbia con come unica indicazione la schiena della compagna.
Smise di preoccuparsi, quasi perdendosi nel movimento regolare di fare un passo, aspettare che lei si muovesse e scendere un altro gradino finché non vide Holly rallentare e fermarsi, la testa sollevata verso l' alto come un predatore che annusa la preda.
-Holly?- la voce di Donovan era così sottile da essere quasi impossibile da sentire.
Lei si voltò, un dito poggiato sulle labbra, tornando verso di loro e avvolgendo le braccia sulle loro spalle, avvicinandoli a vicenda in modo da formare un circolo. Quando parlò, la sua voce era un sussurro spezzato.
-ho un buon udito, e conosco questo posto.- mormorò.
-ci sono almeno due infetti sulle scale sopra di noi. Uno e' nell'appartamento sotto al nostro. E credo che qualcuno ci stia seguendo da quando siamo entrati nell'appartamento.-
-altri infetti?- chiese Sev, gettando uno sguardo alle sue spalle.
La ragazza scosse il capo.
-non credo. Chiunque sia... Si ferma quando ci fermiamo noi.-
Sev sentì un brivido correre lungo la schiena.
-che facciamo?-
Si guardarono intorno, e da sopra le scale qualcosa urtò il parapetto.
-al mio tre corriamo alla porta- ansimò Holly.
Un altro tonfo.
-Tre!-
Sev non aspettò un secondo e si voltò verso la lama di luce livida che significava libertà. Tirò la porta verso di se, lasciando che gli altri uscissero e chiudendosela alle spalle, voltandosi verso la strada con la mazza da baseball alla mano mentre gli altri due bloccavano il portone appoggiandocisi contro.
Due macchine scontrate, i cofani accartocciati e piegati come lattine. Cassonetti della spazzatura. Un palo del telefono. Crepe nell'asfalto, nebbia e almeno cinque infetti che sollevarono la testa all'unisono verso di loro.
Avevano la pelle livida e tumefatta, con pustole scure e un liquido grigio mischiato a sangue che colava da bocca, naso e occhi e macchiava i vestiti incollandoli alla pelle. Una trascinava la gamba come se fosse priva di ossa. Un altro aveva il volto squarciato, lucido di sangue e costellato di frammenti di vetro che riflettevano la luce dei lampioni. Cinque paia di occhi si fissarono sui tre superstiti.
-santa merda.- sussurrò Sev.
Holly, le braccia poggiate sulla porta nel tentativo di tenerla chiusa contro il suono di urti contro il legno si voltò al suono ansioso della sua voce.
-cosa... Oh, cazzo!-
-muoviamoci, presto!- Donovan afferrò Holly per l'orlo della giacca, trascinandola lontana dalla porta mentre si apriva di botto. Almeno dieci infetti si precipitarono fuori, gorgogliando e agitando le braccia scoordinatamente nel tentativo di afferrarli.
Sev si voltò verso i cinque di prima, roteando la mazza da baseball e colpendone uno alla tempia. L'impatto si ripercosse sul braccio, sbilanciandola e gettando l'infetto faccia in giù sull'asfalto.
-Sev!-
La ragazza si voltò verso gli altri, facendo uno scatto in avanti per raggiungerli. Si precipitarono lungo la strada restando il più' vicini possibile, cercando di restare su un per evitare le auto e di essere attaccati da due parti. Un infetto salito su una macchina si lanciò in una corsa barcollante verso di loro per essere respinto da un colpo di mazza da golf che lo fece incespicare e cadere fra le vetture abbandonate.
Le sagome dei palazzi presero a cambiare in edifici più semplici, non ancora come quelli di cemento spaccato del quartiere povero e la zona industriale che avrebbero dovuto attraversare, ma abbastanza da permettergli di capire dove fossero. Presto si ritrovarono sudati e ansimanti, la loro corsa sempre meno veloce mano a mano che il rush di adrenalina finiva, lasciandoli stanchi e disorientati, ma ancora in pericolo.
Holly sollevò le braccia per fare cenno di fermarsi, e i due obbedirono, inchinandosi con le mani sulle ginocchia e riprendendo fiato in ansiti disperati. Erano a un incrocio fra due strade. Davanti a loro, la vetrata in pezzi di un negozio svaligiato. Da un lato una piazza, dall'altro la via che continuava per congiungersi alle strade principali.
-li abbiamo seminati, credo- sussurrò. Poi, prima che gli altri potessero parlare aggiunse -qui vicino c'e' la casa di un mio amico. Lui non c'e', ma ho le chiavi, e credo che avesse delle armi. Dovremmo andare a controllare?- pose la domanda con una voce stranamente insicura, fissando a turno i due.
Sev annuì con decisione. Non si sarebbe lamentata, ma la caviglia ora le faceva decisamente male, e anche se gli altri non sembravano averlo notato, aveva preso a zoppicare visibilmente.
Raggiunsero la piazza camminando in fretta e allo stesso tempo cercando di fare meno rumore possibile, raggiungendo un garage dal cui secondo Holly si poteva raggiungere la casa del suo amico. La saracinesca era abbassata solo in parte, e c'erano delle protuberanze sul metallo. Sev si avvicinò, ma lascio che fosse la compagna a inginocchiarsi per guardare sotto, fendendo l'oscurità' all'interno con la luce della torcia.
-sembra pulito...- borbottò. Insieme scivolarono dentro, a quattro zampe. Dopo qualche secondo di ricerche al buio Holly trovò l' interruttore di corrente e lo accese. Due infetti si voltarono di scatto verso di loro, gorgogliando, uno a meno di un metro dalla ragazza in giacca da aviatore.
-oh, CAZZO!- gridò mentre scattavano verso di loro. Le due superstiti si spostarono all' ultimo momento, e uno dei due infetti andò a schiantarsi contro la saracinesca. Donovan sollevò la mazza da golf e lo colpì alla testa con un sonoro schiocco di plastica su osso, mandandolo a rotolare per terra. Nel frattempo il secondo, con indosso un gilet catarifrangente, barcollò verso Holly, che si schiacciò contro il muro, paralizzata. Un attimo prima che la bocca sbavante sangue si chiudesse sulla sua carne, Sev lo afferrò per la schiena, sbattendolo a terra, poi voltò per colpire con la mazza quello che era stato attaccato da Donovan e che si era rialzato barcollando, sbattendolo di nuovo contro il pavimento di cemento bagnato dall'umidità.
Sentì il respiro dell'infetto sulla sua guancia prima di accorgersi delle mani dalle unghie spezzate che ghermivano il retro del suo giubbotto. Urlando, cercò di divincolarsi, prima che un altro paio di braccia si insinuasse fra il suo collo e la testa dell'infetto.
Sev sentì distintamente il suono delle ossa del cranio che si fratturavano e spaccavano mentre Donovan infieriva sull'infetto. Si liberò dalla presa del secondo abbassandosi e si voltò a guardare. Holly l' aveva afferrato alle spalle. Con un gesto rapido, strinse le mani sulla sua vittima e gli spezzò l'osso del collo. L'infetto crollò a terra, sotto lo sguardo stordito della ragazza. I tre si guardarono per qualche secondo, allucinati, poi Holly tossicchiò nervosamente.
-bel gioco di squadra- commentò Sev.
-giusto. E nel frattempo abbiamo allertato ogni singolo infetto nel raggio di chilometri.- aggiunse Donovan, ansimando.
lunedì 4 ottobre 2010
10
L’INCIDENTE ELLISSI
10
LA REGISTRAZIONE
L’appartamento di Holly era piccolo e disordinato come può esserlo l'abitazione di qualcuno che passa poco tempo in casa e che non ha molto talento per le pulizie.
Il pavimento era coperto di cartacce e lattine di birra e soda. Attorno al divano e al televisore ancora acceso spuntavano torri di riviste, giornali e dvd ammassati in pile frettolose.
Entrarono calandosi dalla finestra, per evitare di fare rumore su per le scale. Per esperienza, Holly e Donovan avevano capito che gli infetti sembravano essere attratti soprattutto dai suoni. Produrre troppo rumore significava attirare anche a decine, e guidando Sev verso le scale antincendio ne avevano allertati molti.
-scusa per il disordine. Stavo cercando di rimettere un po' di ordine, ed ero cosi' presa che mi sono, hm… persa l’inizio dell’infezione, in un certo senso.-
borbotto' la ragazza come per scusarsi. Sev cercò di sorriderle, ma scoprì di non riuscirci.
-non ti sei persa un granché, ad essere sinceri.-
L'unica luce nella stanza da cui erano entrati era data dalle immagini che danzavano sullo schermo del televisore. Sev si avvicino' incuriosita.
-siediti e dai un occhiata. Sono un paio d'ore che mettono lo stesso filmato. Intanto io e Holly cercheremo qualcosa da poter usare come arma.-
Borbottò Donovan, facendole cenno di sedersi sul divano. Nonostante la sua cordialità, sembrava avere l' atteggiamento brusco di qualcuno abituato a comandare da sempre.
Sev annuì nonostante le avesse gia voltato le spalle e si lascio cadere sul divano, provando un istantaneo piacere al contatto con i cuscini morbidi.
Il video era tremante e sfocato, la qualità appena maggiore di quella di un cellulare.
Da quello che si riusciva a distinguere, il fiilmato era fatto da un elicottero civile che sorvolava la citta' volando a bassa quota.
Il cameraman continuava a voltarsi da un lato all’altro, l'immagine che sfumava in una massa indistinta di pixel ad ogni movimento brusco, inquadrando a turno dei palazzi in fiamme e le colonne di macchine. sembrava ci fossero stati vari incidenti lungo le strade maggiori, e dense colonne di fumo nero si levavano verso il cielo.
L’elicottero fece una curva per evitarne una, e l'inquadratura si abbassò a mostrare un paio di gambe coperte da jeans luridi mentre il cameraman si piegava per tossire.
A prima vista sembrava che il video fosse muto, ma dopo un po' Sev si rese conto di come l'audio fosse stato semplicemente abbassato. Il cameraman non parlava, il caos proveniente dalla città era gia' un commento sufficiente.
Riconobbe il posto di blocco da dove si era separata dalla folla. Decine di persone si arrampicavano sulle macchine accatastate per sfuggire a quello che sembrava un gruppo di infetti. In un angolo, si erano raggruppati attorno a qualcosa in movimento.
La ripresa strinse su quel particolare. Nel gruppo di infetti, Sev riconobbe almeno un poliziotto in tuta antisommosse.
Erano chini su qualcuno, strappando brandelli di carne con unghie e denti. Il sangue schizzava sull’asfalto. Le gambe della vittima sussultavano, forse in un tentativo di liberarsi dagli aggressori. Si allontanarono un attimo e con un ansito, Sev riconobbe l’uomo con il megafono che aveva visto dare ordini alla gente di tornare nelle proprie case.
La scena cambiò bruscamente, tornando ad inquadrare l’interno dell’elicottero. Dietro il cameraman, qualcuno piangeva in lunghi singhiozzi patetici. Senza pensare, Sev si coprì le orecchie con le mani.
L'elicottero continuava a muoversi, sorvolando la città fino alla zona dei cantieri. Inquadratono la gru crollata, e per un attimo le sembrò di vedere, in un angolo, la figura familiare di una ragazza coperta di sangue che faceva a pezzi un infetto a martellate. Ma prima che potesse accertarsi di essere effettivamente finita in tv, la scena cambiò a sorvolare, brevemente, la zona industriale. Da un punto verso il confine della citta' veniva un enorme nuvola di fumo, e tutto quello che non era nascosto dal fumo era avvolto in quella strana nebbia. Prima di potersi accertare delle condizioni del luogo, l'elicottero entro' nel banco.
I singhiozzi dietro al cameraman si strozzarono e trasformarono in un lungo urlo angosciato, l'inquadratura che vibrava violentemente inquadrando la foschia, caduta sul pavimento dell'elicottero. Dopo qualche minuto di suoni incomprensibili, la telecamera si spense e il video ricominciò da capo.
Sev rimase seduta sul divano, ad osservare lo schermo, intontita.
Le cose erano andate in merda molto, molto più velocemente di quanto avrebbe mai potuto sospettare.
Holly e Donovan rientrarono nella stanza. Portavano degli zaini attrezzati, e in mano stringevano rispettivamente un lungo coltello da cucina e quella che sembrava una mazza da golf.
-non abbiamo trovato molte armi. Ad ogni modo credo che faremmo meglio a muoverci subito.-
Sev, che si era già affezionata alla morbidezza del divano, si alzò di malavoglia.
-ottimo. muoviamoci.- borbottò, ringraziando il cielo per essersi abituata a dormire poco. Erano quasi due giorni che non si faceva un sonno decente.
-ci serve un piano, però. Non possiamo andare alla cieca sperando di cavarcela.- aggiunse poi.
-a dire la verità era proprio quello il piano- rispose Holly, convinta. Donovan la squadrò.
-no che non lo era.-
-Bé, era il mio piano.-
Sev si guardò intorno.
-credo che gli ospedali, i centri di raccolta e le stazioni della polizia siano pieni di infetti, o come minimo di gente nel panico. Se avete una cartina, direi di segnare queste zone e prendere la strada che ci passa il più lontano possibile.-
I due obbedirono. Insieme, segnarono tutti i più probabili luoghi di pericolo, includendo anche supermercati e chiese, e disegnarono con il pennarello una zona circolare intorno, a rappresentare l’area di maggiore pericolo. Il centro, considerando quello che si vedeva nel video, tra l'altro vecchio di ore, era probabilmente un campo minato: se l’esercito aveva messo in quarantena l’area, considerando la velocità con cui l’infezione si propagava, probabilmente arrivati a quel punto avevano l’ordine di sparare a vista.
Anche per questo, decisero che il luogo migliore da cui allontanarsi era passando attraverso il quartiere industriale e trovare un modo di aggirare l’esercito, oppure unirsi sulla strada a un gruppo più grande. Soddisfatti per il loro "piano",nonostante fosse solo un abbozzo, decisero di mettersi in viaggio il prima possibile. Dallo sgabuzzino, Sev recuperò una mazza da baseball, sperando che fosse abbastanza resistente da reggere a uno scontro ravvicinato. Quindi, finiti i preparativi, si avviarono per uscire, passando di nuovo dalla finestra.
10
LA REGISTRAZIONE
L’appartamento di Holly era piccolo e disordinato come può esserlo l'abitazione di qualcuno che passa poco tempo in casa e che non ha molto talento per le pulizie.
Il pavimento era coperto di cartacce e lattine di birra e soda. Attorno al divano e al televisore ancora acceso spuntavano torri di riviste, giornali e dvd ammassati in pile frettolose.
Entrarono calandosi dalla finestra, per evitare di fare rumore su per le scale. Per esperienza, Holly e Donovan avevano capito che gli infetti sembravano essere attratti soprattutto dai suoni. Produrre troppo rumore significava attirare anche a decine, e guidando Sev verso le scale antincendio ne avevano allertati molti.
-scusa per il disordine. Stavo cercando di rimettere un po' di ordine, ed ero cosi' presa che mi sono, hm… persa l’inizio dell’infezione, in un certo senso.-
borbotto' la ragazza come per scusarsi. Sev cercò di sorriderle, ma scoprì di non riuscirci.
-non ti sei persa un granché, ad essere sinceri.-
L'unica luce nella stanza da cui erano entrati era data dalle immagini che danzavano sullo schermo del televisore. Sev si avvicino' incuriosita.
-siediti e dai un occhiata. Sono un paio d'ore che mettono lo stesso filmato. Intanto io e Holly cercheremo qualcosa da poter usare come arma.-
Borbottò Donovan, facendole cenno di sedersi sul divano. Nonostante la sua cordialità, sembrava avere l' atteggiamento brusco di qualcuno abituato a comandare da sempre.
Sev annuì nonostante le avesse gia voltato le spalle e si lascio cadere sul divano, provando un istantaneo piacere al contatto con i cuscini morbidi.
Il video era tremante e sfocato, la qualità appena maggiore di quella di un cellulare.
Da quello che si riusciva a distinguere, il fiilmato era fatto da un elicottero civile che sorvolava la citta' volando a bassa quota.
Il cameraman continuava a voltarsi da un lato all’altro, l'immagine che sfumava in una massa indistinta di pixel ad ogni movimento brusco, inquadrando a turno dei palazzi in fiamme e le colonne di macchine. sembrava ci fossero stati vari incidenti lungo le strade maggiori, e dense colonne di fumo nero si levavano verso il cielo.
L’elicottero fece una curva per evitarne una, e l'inquadratura si abbassò a mostrare un paio di gambe coperte da jeans luridi mentre il cameraman si piegava per tossire.
A prima vista sembrava che il video fosse muto, ma dopo un po' Sev si rese conto di come l'audio fosse stato semplicemente abbassato. Il cameraman non parlava, il caos proveniente dalla città era gia' un commento sufficiente.
Riconobbe il posto di blocco da dove si era separata dalla folla. Decine di persone si arrampicavano sulle macchine accatastate per sfuggire a quello che sembrava un gruppo di infetti. In un angolo, si erano raggruppati attorno a qualcosa in movimento.
La ripresa strinse su quel particolare. Nel gruppo di infetti, Sev riconobbe almeno un poliziotto in tuta antisommosse.
Erano chini su qualcuno, strappando brandelli di carne con unghie e denti. Il sangue schizzava sull’asfalto. Le gambe della vittima sussultavano, forse in un tentativo di liberarsi dagli aggressori. Si allontanarono un attimo e con un ansito, Sev riconobbe l’uomo con il megafono che aveva visto dare ordini alla gente di tornare nelle proprie case.
La scena cambiò bruscamente, tornando ad inquadrare l’interno dell’elicottero. Dietro il cameraman, qualcuno piangeva in lunghi singhiozzi patetici. Senza pensare, Sev si coprì le orecchie con le mani.
L'elicottero continuava a muoversi, sorvolando la città fino alla zona dei cantieri. Inquadratono la gru crollata, e per un attimo le sembrò di vedere, in un angolo, la figura familiare di una ragazza coperta di sangue che faceva a pezzi un infetto a martellate. Ma prima che potesse accertarsi di essere effettivamente finita in tv, la scena cambiò a sorvolare, brevemente, la zona industriale. Da un punto verso il confine della citta' veniva un enorme nuvola di fumo, e tutto quello che non era nascosto dal fumo era avvolto in quella strana nebbia. Prima di potersi accertare delle condizioni del luogo, l'elicottero entro' nel banco.
I singhiozzi dietro al cameraman si strozzarono e trasformarono in un lungo urlo angosciato, l'inquadratura che vibrava violentemente inquadrando la foschia, caduta sul pavimento dell'elicottero. Dopo qualche minuto di suoni incomprensibili, la telecamera si spense e il video ricominciò da capo.
Sev rimase seduta sul divano, ad osservare lo schermo, intontita.
Le cose erano andate in merda molto, molto più velocemente di quanto avrebbe mai potuto sospettare.
Holly e Donovan rientrarono nella stanza. Portavano degli zaini attrezzati, e in mano stringevano rispettivamente un lungo coltello da cucina e quella che sembrava una mazza da golf.
-non abbiamo trovato molte armi. Ad ogni modo credo che faremmo meglio a muoverci subito.-
Sev, che si era già affezionata alla morbidezza del divano, si alzò di malavoglia.
-ottimo. muoviamoci.- borbottò, ringraziando il cielo per essersi abituata a dormire poco. Erano quasi due giorni che non si faceva un sonno decente.
-ci serve un piano, però. Non possiamo andare alla cieca sperando di cavarcela.- aggiunse poi.
-a dire la verità era proprio quello il piano- rispose Holly, convinta. Donovan la squadrò.
-no che non lo era.-
-Bé, era il mio piano.-
Sev si guardò intorno.
-credo che gli ospedali, i centri di raccolta e le stazioni della polizia siano pieni di infetti, o come minimo di gente nel panico. Se avete una cartina, direi di segnare queste zone e prendere la strada che ci passa il più lontano possibile.-
I due obbedirono. Insieme, segnarono tutti i più probabili luoghi di pericolo, includendo anche supermercati e chiese, e disegnarono con il pennarello una zona circolare intorno, a rappresentare l’area di maggiore pericolo. Il centro, considerando quello che si vedeva nel video, tra l'altro vecchio di ore, era probabilmente un campo minato: se l’esercito aveva messo in quarantena l’area, considerando la velocità con cui l’infezione si propagava, probabilmente arrivati a quel punto avevano l’ordine di sparare a vista.
Anche per questo, decisero che il luogo migliore da cui allontanarsi era passando attraverso il quartiere industriale e trovare un modo di aggirare l’esercito, oppure unirsi sulla strada a un gruppo più grande. Soddisfatti per il loro "piano",nonostante fosse solo un abbozzo, decisero di mettersi in viaggio il prima possibile. Dallo sgabuzzino, Sev recuperò una mazza da baseball, sperando che fosse abbastanza resistente da reggere a uno scontro ravvicinato. Quindi, finiti i preparativi, si avviarono per uscire, passando di nuovo dalla finestra.
giovedì 30 settembre 2010
09
L’INCIDENTE ELLISSI
09
QUANDO CADDE LA NEBBIA
Dopo aver finito di mangiare e cercato di ripulire i vestiti dal sangue strofinandoli contro un muro, Sev si porto lo zaino in spalla e cominciò a cercare un luogo per poter vedere la città dall'alto, in modo da potersi orientare nella ragnatela di strade e vicoli, e allontanarsi il prima possibile.
Molti dei palazzi in zona erano abbastanza alti da permetterle di farsi un’ idea generale della direzione da seguire, ma arrivare effettivamente al tetto era tutto un altro paio di maniche. Uffici e condomini erano quasi tutti sprangati, e quelli che non lo erano avevano spesso finestre rotte e, a volte, macchie di sangue sull’ingresso e le scale.
Ma, per quanto inquietante fosse la vista di un intero quartiere quasi del tutto sigillato, cercando di immaginare gli abitanti di quei lividi edifici in cemento nascosti dietro gli sbarramenti, non era niente paragonato al silenzio.
Certo, era presto, con il sole sorto da poco. Ma il silenzio totale che avvolgeva la strada come se stesse camminando in una campana di vetro la spaventava quasi più del caos della folla. Nessuna città è cosi silenziosa.
Per sicurezza, decise di restare su un lato della strada. Era disarmata, e anche se il dolore si era ora ridotto a un sordo pulsare costante, era consapevole del fatto di essere ancora ferita. Restando in mezzo alla strada, per quanto fosse in un certo senso più sicuro, sarebbe stata troppo visibile.
Non passò molto prima di cominciare a trovare le prime macchine abbandonate in mezzo alla strada. Come era prevedibile, chi aveva una mezzo aveva tentato di usarlo per scappare, ma la massa di gente in movimento aveva bloccato le strade, e in molti si erano limitati ad andare a piedi, chiudendo la macchina a chiave.
Anzi, alcune non erano neanche chiuse.
Il suono del vento nel labirinto fra un automobile e l’altra era un sibilo lugubre che portava puzza di smog, benzina, cenere e Dio solo sa cos'altro.
Sev vide nere colonne di fumo sollevarsi da dietro le sagome dei palazzi, e sentì il suo stomaco stringersi, in ansia.
Due volte le sembrò di sentire il lamento degli infetti, e in entrambi i casi accelerò il passo, guardandosi intorno rapidamente. Le imposte delle finestre lasciate aperte ondeggiavano con un cigolio di cardini, e a giudicare dalle nuvole scure e il freddo che si faceva più pungente di minuto in minuto, presto si sarebbe messo a nevicare, o a piovere.
Ma di nuovo non era quello il suo problema principale.
Dieci metri davanti a lei la strada era avvolta dalla nebbia. I contorni dei palazzi sbiadivano dietro la spessa cotre pallida. Prima ancora di poter registrare il fenomeno, i contorni degli oggetti si fecero sbiaditi attorno a lei.
Sev cominciò a tossire, piegandosi su se stessa. L'aria era satura di un odore chimico che le bruciava occhi, gola e polmoni, e la luce smorzata rendeva gli spostamenti sempre più diffici mano a mano che si addentrava nella nebbia. Più andava avanti, più spesso si ritrovava bloccata da macchine abbandonate di traverso sulla strada e sul marciapiede.
La massa di veicoli fermi rendeva sempre più difficile orientarsi. Sev si ritrovo a muoversi ancora più lentamente, strizzando gli occhi per cercare di guardare oltre.
Sotto l'odore acido della nebbia se ne insinuò presto un altro, più familiare, organico di carne e sangue. Un lamento gutturale si diffuse nell'aria.
Il corpo di Sev si tese, e la ragazza si bloccò come un cervo investito dai fari di una macchina.
Il lamento si ripeté, gorgogliante, familiare e troppo vicino. Il fiato le si fermò in gola mentre nelle orecchie si ripeteva il suono, seguito da altri, in tonalità diverse, ma sempre nella stessa zona.
Qualcosa urtò sulla lamiera di una delle macchine abbandonate. Unghie grattavano su finestrini chisi.
Il suo corpo non sembrava dare segno di muoversi.
Sapeva di essere in piedi accanto a un vicolo, e mente sentiva il suono di lamiere piegate sotto un peso in movimento cercò di costringersi a scappare,a voltarsi e a correre.
Decine di scenari le attraversarono la mente in immagini orribilmente vivide.
Lei che si muoveva, attraversava il vicolo e scappava verso un luogo più sicuro.
Lei che scappava attraverso il vicolo per finire fatta a pezzi da decine di infetti, la pelle lacerata da unghie rotte e denti incrostati di sangue.
Lei che saltava sulle macchine e scappava da lì. Alternativa: scappava sulle macchine, scivolando e spezzandosi qualcosa, rimanendo ferita e urlante di dolore alla merce di chiunque si avvicinasse.
Lei che restava ferma al posto senza che niente accadesse.
Restava ferma al posto e veniva attaccata e sbranata da decine e decine di…
-tu! In strada!-
Il tempo riprese a scorrere. Sev prese fiato con un ansito.
In un gesto automatico e insensato scattò all’indietro, sollevando una mano davanti al volto e l’altra tesa con il braccio ad angolo retto, i pugni chiusi. Poi abbassò lentamente le braccia, cercando di seguire con lo sguardo l’eco della voce.
-ragazza! Tu, con i capelli neri e il giaccone militare! Da questa parte!-
La voce, maschile e profonda, sembrava provenire da uno dei palazzi alla sua sinistra, verso il vicolo. La nebbia le impediva di vedere bene, ma non le sfuggì un movimento in mezzo alle macchine.
Non rispose a voce, ma sollevò un braccio, agitandolo come per salutare qualcuno.
-siamo su una scala antincendio nel vicolo accanto a te. Muoviti, non ti rimane molto tempo!-
Le ultime parole arrivarono in contemporanea con quello che sembrava un ringhio da dietro la foschia.
Si avventurò nel vicolo, lo sguardo che saettava da una parte all'altra come per perforare la densa foschia.
-continua a parlare- sussurrò alla voce. –non vedo ancora nessuna scala…-
-ci sei quasi, continua così…- ci fu una pausa seguita da quello che sembrava un ansito.
-muoviti, presto!-
Un gorgoglio echeggiò nel vicolo alle sue spalle, deformato dalle pareti di mattoni. Sev sentì un clangore metallico mentre le scalette venivano abbassate davanti a lei. Comincio a salire, e delle grosse mani le afferrarono le spalle, strappandole un grugnito di sorpresa. All’istante i suoni si fecero più numerosi e vicini, e si ritrovò trascinata su per le scale, in parte muovendosi di sua volontà, in parte seguendo lo sconosciuto che l'aveva afferrata.
Lo sentì ordinare a qualcuno di staccare i gradini da cui erano saliti, e il rumore metallico quasi la assordò. Fu trascinata fino al tetto, dove le mani lasciarono la presa di scatto, mandandola a incespicare in avanti sul liscio pavimento mattonato. Davanti a lei c'era un parapetto di cemento che dava sulla strada, e spinta da un orribile presentimento, si precipitò ad affacciarsi di sotto prima ancora di vedere chi l'aveva aiutata.
Attraverso la nebbia era possibile scorgere le sagome dei palazzi e le macchine che ingombravano la strada, ma non solo quello.
La strada e il vicolo dove era stata fino a qualche secondo prima brulicavano di infetti.
Alcuni si trascinavano in mezzo alle macchine, altri ci camminavano sopra, trascinandosi e incespicando sulla superficie irregolare. Non riusciva a vedere altro che delle silhouette sbiadite, ma lo spettacolo bastò a gelarle il sangue nelle vene.
-oddio…-
Si voltò di scatto.
Davanti a lei c'erano due persone. Uno era un uomo sulla trentina, con profonde rughe di preoccupazione che solcavano il volto, invecchiandolo. Dietro di lui c’era una ragazza con addosso un giubbotto da aviatore. I suoi occhi chiari saettavano in tutte le direzioni sotto un espressione truce.
L’uomo aveva entrambe le mani sollevate in un gesto di pace. Senza saper cosa fare, Sev annuì lentamente, e lui ripetè il gesto.
-mi avete salvato la vita- commentò, insicura.
-non… non mi ero accorta ce ne fossero così tanti- aggiunse poi.
-non sei la prima a cascarci. Questo posto ha un acustica del cazzo. A proposito, ti consiglio di non guardare come sono ridotte le tue scarpe.- questo era la ragazza con il giubbotto. Parlava con un tono da spaccona, ma c’era paura mal celata nel suo atteggiamento vigile.
Sev abbassò lo sguardo sulle scarpe da ginnastica. La suola e la punta erano ricoperte di uno strato incrostato di materiale rossiccio e unto. –cazzo…- borbottò.
-non sei la prima che cerchiamo di aiutare. Sono passati alcuni ragazzi. Non si sono fidati di noi, e non si erano accorti di essere seguiti.- l’uomo di mezza età abbassò lo sguardo.
-non è stato un bello spettacolo.- Sev sentì un brivido lungo la spina dorsale, ripensando ai ragazzi nel supermercato. Gli aveva detto di andarsene, ma alla fine non l’avevano ascoltata.
-alcuni di loro strisciano sotto le macchine. Alcuni ci camminano sopra. E credo che almeno una decina siano rimasti intrappolati dentro. Gli infetti, dico.-
Lei li fissò per qualche secondo prima di parlare di nuovo.
-che cosa sta succedendo?-
Ci fu una pausa mentre i due si guardavano intorno nervosamente.
- bè, c’è questa… malattia. Colpisce le persone a caso, sembra, e… Credo che tu sappia cosa fa. Comunque, la gente è andata nel panico. Alcuni si sono barricati in casa, ma la maggior parte sta cercando di scappare.- a parlare era stato l'uomo. Fece una pausa e si inumidì le labbra con la lingua.
-stanno tutti cercando di capire cosa succede. Noi siamo rimasti quassù a cercare di radunare gente, ma finora l’unica che ci ha dato retta sei tu. Gli altri non si sono fidati, o sono stati… troppo lenti.-
Continuò la ragazza. Sev vide che indossava dei guanti borchiati, e stringeva e riapriva le mani rapidamente. Aveva le unghie spezzate, e almeno due perdevano sangue.
-quindi ce ne andiamo. Non credo verrà altra gente.- tagliò corto l'uomo.
-io sono Donovan. Lei è Holly. E tu sei…?-
-Sev.-
La ragazza la guardò confusa.
-fidati, è il mio vero nome.- borbottò lei. Donovan le sorrise comprensivo e fece cenno di seguirlo.
-d’accordo, “Sev”. Ora però torniamo dentro.-
E poi, come per un ripensamento:
-… potremmo non avere molto tempo da ora in poi.-
------
Oh, Donovan, sei così ottimista che mi viene voglia di abbracciarti. -Eva
09
QUANDO CADDE LA NEBBIA
Dopo aver finito di mangiare e cercato di ripulire i vestiti dal sangue strofinandoli contro un muro, Sev si porto lo zaino in spalla e cominciò a cercare un luogo per poter vedere la città dall'alto, in modo da potersi orientare nella ragnatela di strade e vicoli, e allontanarsi il prima possibile.
Molti dei palazzi in zona erano abbastanza alti da permetterle di farsi un’ idea generale della direzione da seguire, ma arrivare effettivamente al tetto era tutto un altro paio di maniche. Uffici e condomini erano quasi tutti sprangati, e quelli che non lo erano avevano spesso finestre rotte e, a volte, macchie di sangue sull’ingresso e le scale.
Ma, per quanto inquietante fosse la vista di un intero quartiere quasi del tutto sigillato, cercando di immaginare gli abitanti di quei lividi edifici in cemento nascosti dietro gli sbarramenti, non era niente paragonato al silenzio.
Certo, era presto, con il sole sorto da poco. Ma il silenzio totale che avvolgeva la strada come se stesse camminando in una campana di vetro la spaventava quasi più del caos della folla. Nessuna città è cosi silenziosa.
Per sicurezza, decise di restare su un lato della strada. Era disarmata, e anche se il dolore si era ora ridotto a un sordo pulsare costante, era consapevole del fatto di essere ancora ferita. Restando in mezzo alla strada, per quanto fosse in un certo senso più sicuro, sarebbe stata troppo visibile.
Non passò molto prima di cominciare a trovare le prime macchine abbandonate in mezzo alla strada. Come era prevedibile, chi aveva una mezzo aveva tentato di usarlo per scappare, ma la massa di gente in movimento aveva bloccato le strade, e in molti si erano limitati ad andare a piedi, chiudendo la macchina a chiave.
Anzi, alcune non erano neanche chiuse.
Il suono del vento nel labirinto fra un automobile e l’altra era un sibilo lugubre che portava puzza di smog, benzina, cenere e Dio solo sa cos'altro.
Sev vide nere colonne di fumo sollevarsi da dietro le sagome dei palazzi, e sentì il suo stomaco stringersi, in ansia.
Due volte le sembrò di sentire il lamento degli infetti, e in entrambi i casi accelerò il passo, guardandosi intorno rapidamente. Le imposte delle finestre lasciate aperte ondeggiavano con un cigolio di cardini, e a giudicare dalle nuvole scure e il freddo che si faceva più pungente di minuto in minuto, presto si sarebbe messo a nevicare, o a piovere.
Ma di nuovo non era quello il suo problema principale.
Dieci metri davanti a lei la strada era avvolta dalla nebbia. I contorni dei palazzi sbiadivano dietro la spessa cotre pallida. Prima ancora di poter registrare il fenomeno, i contorni degli oggetti si fecero sbiaditi attorno a lei.
Sev cominciò a tossire, piegandosi su se stessa. L'aria era satura di un odore chimico che le bruciava occhi, gola e polmoni, e la luce smorzata rendeva gli spostamenti sempre più diffici mano a mano che si addentrava nella nebbia. Più andava avanti, più spesso si ritrovava bloccata da macchine abbandonate di traverso sulla strada e sul marciapiede.
La massa di veicoli fermi rendeva sempre più difficile orientarsi. Sev si ritrovo a muoversi ancora più lentamente, strizzando gli occhi per cercare di guardare oltre.
Sotto l'odore acido della nebbia se ne insinuò presto un altro, più familiare, organico di carne e sangue. Un lamento gutturale si diffuse nell'aria.
Il corpo di Sev si tese, e la ragazza si bloccò come un cervo investito dai fari di una macchina.
Il lamento si ripeté, gorgogliante, familiare e troppo vicino. Il fiato le si fermò in gola mentre nelle orecchie si ripeteva il suono, seguito da altri, in tonalità diverse, ma sempre nella stessa zona.
Qualcosa urtò sulla lamiera di una delle macchine abbandonate. Unghie grattavano su finestrini chisi.
Il suo corpo non sembrava dare segno di muoversi.
Sapeva di essere in piedi accanto a un vicolo, e mente sentiva il suono di lamiere piegate sotto un peso in movimento cercò di costringersi a scappare,a voltarsi e a correre.
Decine di scenari le attraversarono la mente in immagini orribilmente vivide.
Lei che si muoveva, attraversava il vicolo e scappava verso un luogo più sicuro.
Lei che scappava attraverso il vicolo per finire fatta a pezzi da decine di infetti, la pelle lacerata da unghie rotte e denti incrostati di sangue.
Lei che saltava sulle macchine e scappava da lì. Alternativa: scappava sulle macchine, scivolando e spezzandosi qualcosa, rimanendo ferita e urlante di dolore alla merce di chiunque si avvicinasse.
Lei che restava ferma al posto senza che niente accadesse.
Restava ferma al posto e veniva attaccata e sbranata da decine e decine di…
-tu! In strada!-
Il tempo riprese a scorrere. Sev prese fiato con un ansito.
In un gesto automatico e insensato scattò all’indietro, sollevando una mano davanti al volto e l’altra tesa con il braccio ad angolo retto, i pugni chiusi. Poi abbassò lentamente le braccia, cercando di seguire con lo sguardo l’eco della voce.
-ragazza! Tu, con i capelli neri e il giaccone militare! Da questa parte!-
La voce, maschile e profonda, sembrava provenire da uno dei palazzi alla sua sinistra, verso il vicolo. La nebbia le impediva di vedere bene, ma non le sfuggì un movimento in mezzo alle macchine.
Non rispose a voce, ma sollevò un braccio, agitandolo come per salutare qualcuno.
-siamo su una scala antincendio nel vicolo accanto a te. Muoviti, non ti rimane molto tempo!-
Le ultime parole arrivarono in contemporanea con quello che sembrava un ringhio da dietro la foschia.
Si avventurò nel vicolo, lo sguardo che saettava da una parte all'altra come per perforare la densa foschia.
-continua a parlare- sussurrò alla voce. –non vedo ancora nessuna scala…-
-ci sei quasi, continua così…- ci fu una pausa seguita da quello che sembrava un ansito.
-muoviti, presto!-
Un gorgoglio echeggiò nel vicolo alle sue spalle, deformato dalle pareti di mattoni. Sev sentì un clangore metallico mentre le scalette venivano abbassate davanti a lei. Comincio a salire, e delle grosse mani le afferrarono le spalle, strappandole un grugnito di sorpresa. All’istante i suoni si fecero più numerosi e vicini, e si ritrovò trascinata su per le scale, in parte muovendosi di sua volontà, in parte seguendo lo sconosciuto che l'aveva afferrata.
Lo sentì ordinare a qualcuno di staccare i gradini da cui erano saliti, e il rumore metallico quasi la assordò. Fu trascinata fino al tetto, dove le mani lasciarono la presa di scatto, mandandola a incespicare in avanti sul liscio pavimento mattonato. Davanti a lei c'era un parapetto di cemento che dava sulla strada, e spinta da un orribile presentimento, si precipitò ad affacciarsi di sotto prima ancora di vedere chi l'aveva aiutata.
Attraverso la nebbia era possibile scorgere le sagome dei palazzi e le macchine che ingombravano la strada, ma non solo quello.
La strada e il vicolo dove era stata fino a qualche secondo prima brulicavano di infetti.
Alcuni si trascinavano in mezzo alle macchine, altri ci camminavano sopra, trascinandosi e incespicando sulla superficie irregolare. Non riusciva a vedere altro che delle silhouette sbiadite, ma lo spettacolo bastò a gelarle il sangue nelle vene.
-oddio…-
Si voltò di scatto.
Davanti a lei c'erano due persone. Uno era un uomo sulla trentina, con profonde rughe di preoccupazione che solcavano il volto, invecchiandolo. Dietro di lui c’era una ragazza con addosso un giubbotto da aviatore. I suoi occhi chiari saettavano in tutte le direzioni sotto un espressione truce.
L’uomo aveva entrambe le mani sollevate in un gesto di pace. Senza saper cosa fare, Sev annuì lentamente, e lui ripetè il gesto.
-mi avete salvato la vita- commentò, insicura.
-non… non mi ero accorta ce ne fossero così tanti- aggiunse poi.
-non sei la prima a cascarci. Questo posto ha un acustica del cazzo. A proposito, ti consiglio di non guardare come sono ridotte le tue scarpe.- questo era la ragazza con il giubbotto. Parlava con un tono da spaccona, ma c’era paura mal celata nel suo atteggiamento vigile.
Sev abbassò lo sguardo sulle scarpe da ginnastica. La suola e la punta erano ricoperte di uno strato incrostato di materiale rossiccio e unto. –cazzo…- borbottò.
-non sei la prima che cerchiamo di aiutare. Sono passati alcuni ragazzi. Non si sono fidati di noi, e non si erano accorti di essere seguiti.- l’uomo di mezza età abbassò lo sguardo.
-non è stato un bello spettacolo.- Sev sentì un brivido lungo la spina dorsale, ripensando ai ragazzi nel supermercato. Gli aveva detto di andarsene, ma alla fine non l’avevano ascoltata.
-alcuni di loro strisciano sotto le macchine. Alcuni ci camminano sopra. E credo che almeno una decina siano rimasti intrappolati dentro. Gli infetti, dico.-
Lei li fissò per qualche secondo prima di parlare di nuovo.
-che cosa sta succedendo?-
Ci fu una pausa mentre i due si guardavano intorno nervosamente.
- bè, c’è questa… malattia. Colpisce le persone a caso, sembra, e… Credo che tu sappia cosa fa. Comunque, la gente è andata nel panico. Alcuni si sono barricati in casa, ma la maggior parte sta cercando di scappare.- a parlare era stato l'uomo. Fece una pausa e si inumidì le labbra con la lingua.
-stanno tutti cercando di capire cosa succede. Noi siamo rimasti quassù a cercare di radunare gente, ma finora l’unica che ci ha dato retta sei tu. Gli altri non si sono fidati, o sono stati… troppo lenti.-
Continuò la ragazza. Sev vide che indossava dei guanti borchiati, e stringeva e riapriva le mani rapidamente. Aveva le unghie spezzate, e almeno due perdevano sangue.
-quindi ce ne andiamo. Non credo verrà altra gente.- tagliò corto l'uomo.
-io sono Donovan. Lei è Holly. E tu sei…?-
-Sev.-
La ragazza la guardò confusa.
-fidati, è il mio vero nome.- borbottò lei. Donovan le sorrise comprensivo e fece cenno di seguirlo.
-d’accordo, “Sev”. Ora però torniamo dentro.-
E poi, come per un ripensamento:
-… potremmo non avere molto tempo da ora in poi.-
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Oh, Donovan, sei così ottimista che mi viene voglia di abbracciarti. -Eva
domenica 19 settembre 2010
08
L’INCIDENTE ELLISSI
08
SCIACALLI
Quella notte, Sev non ebbe la possibilità di dormire. Ancora tesa per via dello scontro e troppo stanca per sostenerle un altro, disarmata e a stomaco vuoto, si ritrovò a girovagare per il resto della notte nelle strade del quartiere.
Prima di andare in rovina, era stato un posto grazioso, con case a due piani, negozi e una strada larga e pulita. Ma quando la crisi economica di qualche anno prima aveva colpito, era stata quella zona della città a svuotarsi prima delle altre. Per qualche anno mentre la nazione si riprendeva, era stata trascurata, e le case vuote erano state covi di spacciatori e abitazioni per i senzatetto. Ma negli ultimi anni, con la ricrescita economica, l’amministrazione della città aveva deciso di togliere quelle case ormai irrimediabilmente rovinate e costruire al loro posto una nuove sfilza di uffici e condomini.
Era stata anche questa una delle ragioni che l’avevano attirata ad Aminthon: con una grande richiesta di operai per le costruzioni, e in futuro di gente che lavorasse negli uffici che sarebbero stati costruiti, sperava di potersi trovare un altro lavoro e guadagnare qualcosa, mentre cercava di sfondare nel mondo del pugilato.
Inutile dire che le sue speranze si erano sgonfiate presto.
La stanchezza cominciò a farsi sentire poco prima che le prime luci dell’alba sostituissero l’illuminazione tremolante dei lampioni.
Cominciò a trascinare i piedi, e a cercare con lo sguardo un'altra panchina su cui dormire. Poteva sentire lo stomaco vuoto gorgogliare.
Era arrivata in una zona normalmente più abitata. Al posto delle case a due piani c’erano condomini, e al posto di negozi, supermercati. tutti questi avevano porte e finestre sbarrate. Almeno da quelle parti sembrava che la gente avesse dato ascolto alle indicazioni delle forze dell’ordine.
Per strada non c’era nessuno a parte qualche cane randagio.
Il suono di uno schianto la attirò. Un gruppo di ragazzi aveva sfondato a sassate una finestra poco protetta di un supermercato, e cercavano di entrare. Sev si fermò a distanza di sicurezza, osservandoli. Qualcuno si girò verso di lei, ma tornarono a cercare di entrare quando si resero conto che non rappresentava una minaccia.
Sulla porta del negozio era affisso un cartello di “chiuso per malattia”.
La ragazza aspettò che riuscissero ad entrare e scivolò dentro con loro. Questa volta fu totalmente ignorata.
Prese ad aggirarsi fra gli scaffali con lo zaino aperto in mano, raccogliendo cibo in scatola e acqua.
Al reparto medicinali prese garze, un kit di pronto soccorso e dei medicinali semplici. Per un attimo si sentì in colpa a scavalcare il bancone per appropriarsi di quello che le serviva, poi si rese conto che probabilmente i proprietari del negozio erano già stati infettati, quindi tornò a servirsi.
Prese a girare per il negozio come una acquirente normale, con la sola differenza che stava effettivamente saccheggiando, anche se in maniera più contenuta dei ragazzi. Uno di loro la urtò correndo fra gli scaffali, e si voltò per borbottare una frase di scuse. Non poteva avere più di sedici anni.
Sev fu colpita. Ma d’altra parte, lei stessa ne aveva solo 19.
Prese una torcia, delle batterie e, dopo un attimo di dubbi, un sacco a pelo che legò sotto il fondo dello zaino. Dal reparto vestiti prese della biancheria e una maglietta, ma non fu in grado di far entrare altro nella borsa. Era diventata pesante, e nonostante fosse muscolosa, le cinghie tiravano sulle spalle.
Uscendo, vide i ragazzi litigare su chi dovesse prendere i soldi della cassa. Lei si avvicinò, allungò una mano e prese una banconota da cinquanta, piegandola attentamente e facendola scivolare nella tasca dei pantaloni.
I razziatori si voltarono a guardarla.
-volete un consiglio, ragazzi?- chiese, confidando sul fatto che il suo aspetto truce, oltre che le macchie di sangue sugli abiti, nascondessero il fatto che aveva la stessa età di alcuni di loro.
-la situazione qui andrà veramente in merda fra poco. Prendete le vostre famiglie e andatevene finché potete.-
Uno dei ragazzi, che più si identificava come “capo” del gruppo la guardò in cagnesco.
-fatti gli affari tuoi, stronza.-
-siete liberi di non ascoltarmi. Non vi sto certo obbligando.-
Detto questo si voltò e uscì da dove erano entrati, in silenzio.
Non andò molto lontano, comunque. Appena fuori dal loro campo visivo si sedette in un angolo, aprì una scatoletta di tonno, sfilò i guanti e cominciò a mangiare con una forchetta appena rubata.
Era da poco sorto il sole. Allungò l’orecchio cercando di sentire qualcosa, ma il vento soffiava nella direzione opposta, e non portò niente di particolare.
Attirò le gambe al petto e poggiò la scatoletta a terra, poi gettò uno sguardo sui suoi pantaloni e mandò un gemito.
Il sangue si era rappreso, formando una patina scricchiolante sul giaccone e in parte sui pantaloni. Si era lavata il volto e i capelli usando la neve rimasta, ma non se ne sarebbe andato molto presto dai vestiti, e temeva per il momento in cui avrebbe incontrato delle forze di polizia e avrebbe dovuto spiegare di chi era il sangue che la ricopriva.
Decise di smettere di pensarci, per il momento. Combattendo contro la sonnolenza, si alzò, stiracchiandosi e si rimise in cammino.
sei e mezza del mattino.
33 ore e due minuti dall’incidente Ellissi.
08
SCIACALLI
Quella notte, Sev non ebbe la possibilità di dormire. Ancora tesa per via dello scontro e troppo stanca per sostenerle un altro, disarmata e a stomaco vuoto, si ritrovò a girovagare per il resto della notte nelle strade del quartiere.
Prima di andare in rovina, era stato un posto grazioso, con case a due piani, negozi e una strada larga e pulita. Ma quando la crisi economica di qualche anno prima aveva colpito, era stata quella zona della città a svuotarsi prima delle altre. Per qualche anno mentre la nazione si riprendeva, era stata trascurata, e le case vuote erano state covi di spacciatori e abitazioni per i senzatetto. Ma negli ultimi anni, con la ricrescita economica, l’amministrazione della città aveva deciso di togliere quelle case ormai irrimediabilmente rovinate e costruire al loro posto una nuove sfilza di uffici e condomini.
Era stata anche questa una delle ragioni che l’avevano attirata ad Aminthon: con una grande richiesta di operai per le costruzioni, e in futuro di gente che lavorasse negli uffici che sarebbero stati costruiti, sperava di potersi trovare un altro lavoro e guadagnare qualcosa, mentre cercava di sfondare nel mondo del pugilato.
Inutile dire che le sue speranze si erano sgonfiate presto.
La stanchezza cominciò a farsi sentire poco prima che le prime luci dell’alba sostituissero l’illuminazione tremolante dei lampioni.
Cominciò a trascinare i piedi, e a cercare con lo sguardo un'altra panchina su cui dormire. Poteva sentire lo stomaco vuoto gorgogliare.
Era arrivata in una zona normalmente più abitata. Al posto delle case a due piani c’erano condomini, e al posto di negozi, supermercati. tutti questi avevano porte e finestre sbarrate. Almeno da quelle parti sembrava che la gente avesse dato ascolto alle indicazioni delle forze dell’ordine.
Per strada non c’era nessuno a parte qualche cane randagio.
Il suono di uno schianto la attirò. Un gruppo di ragazzi aveva sfondato a sassate una finestra poco protetta di un supermercato, e cercavano di entrare. Sev si fermò a distanza di sicurezza, osservandoli. Qualcuno si girò verso di lei, ma tornarono a cercare di entrare quando si resero conto che non rappresentava una minaccia.
Sulla porta del negozio era affisso un cartello di “chiuso per malattia”.
La ragazza aspettò che riuscissero ad entrare e scivolò dentro con loro. Questa volta fu totalmente ignorata.
Prese ad aggirarsi fra gli scaffali con lo zaino aperto in mano, raccogliendo cibo in scatola e acqua.
Al reparto medicinali prese garze, un kit di pronto soccorso e dei medicinali semplici. Per un attimo si sentì in colpa a scavalcare il bancone per appropriarsi di quello che le serviva, poi si rese conto che probabilmente i proprietari del negozio erano già stati infettati, quindi tornò a servirsi.
Prese a girare per il negozio come una acquirente normale, con la sola differenza che stava effettivamente saccheggiando, anche se in maniera più contenuta dei ragazzi. Uno di loro la urtò correndo fra gli scaffali, e si voltò per borbottare una frase di scuse. Non poteva avere più di sedici anni.
Sev fu colpita. Ma d’altra parte, lei stessa ne aveva solo 19.
Prese una torcia, delle batterie e, dopo un attimo di dubbi, un sacco a pelo che legò sotto il fondo dello zaino. Dal reparto vestiti prese della biancheria e una maglietta, ma non fu in grado di far entrare altro nella borsa. Era diventata pesante, e nonostante fosse muscolosa, le cinghie tiravano sulle spalle.
Uscendo, vide i ragazzi litigare su chi dovesse prendere i soldi della cassa. Lei si avvicinò, allungò una mano e prese una banconota da cinquanta, piegandola attentamente e facendola scivolare nella tasca dei pantaloni.
I razziatori si voltarono a guardarla.
-volete un consiglio, ragazzi?- chiese, confidando sul fatto che il suo aspetto truce, oltre che le macchie di sangue sugli abiti, nascondessero il fatto che aveva la stessa età di alcuni di loro.
-la situazione qui andrà veramente in merda fra poco. Prendete le vostre famiglie e andatevene finché potete.-
Uno dei ragazzi, che più si identificava come “capo” del gruppo la guardò in cagnesco.
-fatti gli affari tuoi, stronza.-
-siete liberi di non ascoltarmi. Non vi sto certo obbligando.-
Detto questo si voltò e uscì da dove erano entrati, in silenzio.
Non andò molto lontano, comunque. Appena fuori dal loro campo visivo si sedette in un angolo, aprì una scatoletta di tonno, sfilò i guanti e cominciò a mangiare con una forchetta appena rubata.
Era da poco sorto il sole. Allungò l’orecchio cercando di sentire qualcosa, ma il vento soffiava nella direzione opposta, e non portò niente di particolare.
Attirò le gambe al petto e poggiò la scatoletta a terra, poi gettò uno sguardo sui suoi pantaloni e mandò un gemito.
Il sangue si era rappreso, formando una patina scricchiolante sul giaccone e in parte sui pantaloni. Si era lavata il volto e i capelli usando la neve rimasta, ma non se ne sarebbe andato molto presto dai vestiti, e temeva per il momento in cui avrebbe incontrato delle forze di polizia e avrebbe dovuto spiegare di chi era il sangue che la ricopriva.
Decise di smettere di pensarci, per il momento. Combattendo contro la sonnolenza, si alzò, stiracchiandosi e si rimise in cammino.
sei e mezza del mattino.
33 ore e due minuti dall’incidente Ellissi.
domenica 5 settembre 2010
07
L'INCIDENTE ELLISSI
07
CEMENTO
Alle cinque e sette Sev era ancora sulla panchina, con la neve premuta sulla caviglia e il fermablocco stretto fra le dita ormai livide, quando il vento prese a soffiare nella sua direzione.
E con il vento, arrivarono le voci.
All'inizio un rombo costante sotto il suono del suo stesso respiro, poi sempre più forte e chiaro. Non erano urla. Non erano parole.
-oh, NO.- Sev gemette. Quel gorgoglio quasi costante. Quei suoni gutturali come il richiamo di animali feroci.
Mancava ancora del tempo al tramonto, ma la luce cominciava a farsi più fioca. Si guardò intorno alla ricerca di un luogo in cui nascondersi.
Alle sue spalle c'erano i palazzi da demolire. Fragili e pericolanti. Davanti, i cantieri. Quasi tutte le case erano ancora prive di scale: quella la cui costruzione era più a buon punto aveva perso le scale durante la notte. Si guardò intorno ansiosamente, e lo sguardo cadde sulla gru crollata in mezzo alla strada. Sembrava un ponte, in parte crollato a terra, in parte incastrato fra i blocchi di cemento del palazzo contro cui era andata a sbattere.
Si accorse di non avere molto tempo a disposizione. Saltellando su un piede solo per non sforzare la caviglia, si avvicinò alla gru, mettendo il fermablocco nello zaino e toccando il freddo metallo alla ricerca di appigli. Afferrò la superficie, issandosi quasi solo con le braccia e mettendosi in ginocchio per non perdere l'equilibrio.
Lentamente cominciò ad arrampicarsi, prima a quattro zampe, poi in piedi, aggrappandosi con le mani nel punto in cui il collo della gru si era piegato quasi ad angolo retto. Il suo respiro si condensava in sbuffi di vapore davanti alla bocca, e il sudore prese a scorrere lungo la fronte e sotto il giaccone, incollando i vestiti con uno strato umido. La caviglia, ancora ferita, non le era di aiuto.
Raggiunta la fine degli appigli, s’issò sul cemento armato che costituiva la base dell'edificio, respirando affannosamente. Il dolore era tornato.
Era salita fino a quello che sarebbe stato l'ultimo piano dell'edificio, momentaneamente al sicuro. Non c'era un posto dove nascondersi, però, e doveva fare molta attenzione a dove metteva i piedi per non rischiare di cadere.
Si guardò intorno alla ricerca di un angolo abbastanza riparato in cui sdraiarsi mentre aspettava che il campo si liberasse. I richiami si erano fatti più vicini, e capì senza bisogno di guardare che gli infetti avevano raggiunto il punto dove si trovava prima, e si stavano allontanando lungo la strada.
Si appoggiò con la schiena a uno dei piloni della costruzione e si guardò intorno.
Lo scheletro della costruzione si allungava per metri nella luce calante, come un’enorme ragnatela di cemento. Sev raccolse un martello che era stato poggiato accanto a uno dei piloni, dimenticato da un operaio, e lo strinse in mano, rannicchiandosi perché nessuno potesse vederla o afferrarla, aspettando pazientemente che gli infetti si allontanassero da dove erano venuti.
I minuti passati ad aspettare diventarono ore. Il sole calò oltre la linea di palazzi, il vento si fece freddo e tagliente e a poco a poco i gorgoglii e gemiti sfocarono in sussurri lontani. Sev rabbrividiva, il martello tenuto stretto contro il corpo.
Aspettò che il silenzio tornasse, chiudendo gli occhi e respirando a fondo quando sentiva l'ansia cominciare a schiacciarla.
Ma il silenzio non tornò. Non del tutto, almeno.
Erano da poco passate le 20 e 35 quando il vento le portò i primi suoni dal centro della città. Alzò lo sguardo, cercando di guardare oltre i palazzi, si alzò sulle punte dei piedi gemendo per essere stata troppo a lungo seduta immobile e guardò verso il centro. Oltre la strada da cui era arrivata, i palazzi si illuminarono brevemente di rosso, e il rombo dell'esplosione arrivò fino a lei. Trattenne il fiato, spalancando gli occhi. Più lontano, altre luci, altre esplosioni. Urla portate dal vento. Suoni di guerriglia urbana.
Si rese conto di stare tremando, e non solo per il freddo.
Sev tornò in ginocchio, respirando profondamente. Gli avvenimenti delle ultime ore sembravano schiacciarla, il crollo della casa, I suoni, la macchia di sangue scuro sulla branda dove fino a qualche ora fa era stato Jonathan, l’infezione…
Sollevò il martello e lo calò con tutte le forze sul proprio ginocchio, strappandosi un grugnito di dolore. Si concentrò sulle fitte che risalivano lungo la coscia, allontanando I pensieri dalla sua testa.
La situazione stava sfuggendo al controllo troppo rapidamente. Non sarebbe potuta finire bene.
contò fino a dieci, respirando a fondo. La luce degli incendi le arrivava filtrata dietro le palpebre chiuse.
Quando si sentì sufficientemente calma si alzò e gettò uno sguardo alle sue spalle.
Il bagliore delle fiamme dal centro illuminarono brevemente una figura al lato della sua visuale.
L’infetto indossava ancora l’abbigliamento protettivo da carpentiere, e la luce che l’aveva attratta era stata il debole bagliore delle fiamme riflesso dal giubbotto catarifrangente.
Non indossava un casco, ma una protezione per saldatori, e dietro lo strato di plastica poteva vedere il volto tumefatto, livido. La pelle ondeggiava al vento nel punto in cui uno dei gonfiori sulla testa si era rotto, facendo colare un liquido grigio-marrone sul lato del volto, che gocciolava dal mento. Un braccio era piegato in maniera innaturale, fratturato in più di un punto.
Sev capì che probabilmente, quando si era ammalato, stava lavorando da solo, forse per risolvere il problema alla gru, e non essendoci nessun altro ad aiutarlo era caduto dalle impalcature, rompendosi le ossa. In qualche modo, era riuscito ad arrivare fin lassù quando si era accorto della sua presenza.
Sev gli fece cenno di allontanarsi, sperando che funzionasse. L’uomo rimase fermo, la testa che ciondolava sulle spalle storte.
-vattene- ringhiò lei. La sua mano si strinse sul martello da falegname che aveva raccolto, rendendosi conto di quanto fosse inutile come arma. L’infetto si inclinò in avanti, come se stesse per cadere, e una frazione di secondo dopo scattò verso di lei.
Sev mandò un urlo inarticolato di terrore, cercando inizialmente di respingere l’attacco con le mani. Le sue dita scivolarono sulla protezione che avvolgeva il suo volto, e una delle mani l’afferrarono per l’orlo del giaccone, spingendola verso l’orlo del baratro e una caduta di decine di piani. Si torse per riprendere l’equilibrio e sollevò il martello, abbattendolo sulla cima della testa scoperta.
Le mani dell’infetto le afferrarono di nuovo la giacca, e lei lo respinse con un calcio. La bocca dell’uomo si muoveva come per morderla nonostante la protezione di plastica sul suo volto.
Senza lasciargli il tempo di rialzarsi, Sev gli fu addosso, colpendolo al volto con un pugno per stordirlo. L’attacco non sortì l’effetto desiderato, e si rese conto che non sarebbe riuscita a restargli sopra molto a lungo. Sollevò il martello, abbattendolo sulla testa e sul petto. La maschera da saldatore faceva da scudo, così cominciò ad attaccare verso il basso. Piantò la parte a punta del martello nella pelle morbida sotto la mascella, spingendola a fondo con un movimento dal basso verso l’alto. L’infetto si contorse, e una delle mani la colpì alla guancia,senza riuscire a ferirla, ma con abbastanza forza da lasciarla senza fiato.
La ragazza spinse più a fondo la sua arma improvvisata dentro la gola dell’uomo, lacerando la pelle nel tentativo di ucciderlo, rendendosi conto che a forza di agitarsi stava per liberarsi di lei. Allungò la mano libera verso la maschera, cercando di strappargliela dal volto. Le sue dita intirizzite dal freddo non facevano presa sulla superficie.
Con un colpo di reni l’uomo riuscì a disarcionarla, mandandola a sbattere contro il pilone alle sue spalle.
Lampi di luce le riempirono la visuale quando la sua testa andò a sbattere contro il cemento, e i capelli neri le ricaddero sulla faccia.
L’infetto si avventò su di lei, cercando di graffiarla attraverso il giubbotto. La bocca grondante sangue si apriva e chiudeva dietro la plastica della maschera, facendo muovere il martello in maniera grottesca. Sev lo afferrò, poggiando I piedi sullo stomaco dell’aggressore e tirando con tutte le sue forze. La testa del martello lacerò pelle e carne e l’uomo barcollò indietro, lasciandole in mano il martello reso scivoloso dal sangue.
Questa volta Sev non gli diede il tempo di allontanarsi di nuovo. Afferrò con tutte le forze la maschera, strappandogliela dal volto e sollevò il martello, calandolo sulla fronte, sul naso, sugli occhi e la bocca.
La forza del colpo le si ripercuoteva lungo le braccia, costringendola a stringere I denti per attaccare di nuovo.
-muori- ringhiò, colpendolo a un orbita.
-muori-
-muori. Muori. MUORI!- urlò, colpendo sempre con maggiore ferocia. Il corpo dell’uomo sussultò, minacciando di farla precipitare, ma lei continuò a colpire. Schizzi di sangue le bagnarono il volto, colando lungo I lineamenti deformati, poi fu sangue nero e infine la stessa materia cerebrale dell’uomo che gocciolava a terra. Il corpo tremò e sussultò per qualche secondo, poi cessò ogni funzione. Nonostante questo, Sev continuò a colpirlo per qualche minuto.
Della testa dell’uomo non rimaneva quasi niente. Sangue, carne e cervella erano fuse in un ammasso che cominciava dal collo e sporcava il cemento ruvido.
La ragazza trattenne un conato di vomito e si allontanò, rannicchiandosi contro il pilone alle sue spalle. Sentiva la testa leggera per la botta che aveva dato prima, la caviglia continuava a fare male e adesso anche le mani e le braccia, per aver stretto il martello con così tanta forza.
Si portò una mano alla bocca, respirando in rapidi ansiti soffocati, poi chiuse gli occhi e cominciò a contare.
Un ora dopo, quando si sentì più calma, si alzò e andò a ispezionare il cadavere. Appesa alla cintura c’era una sacca degli attrezzi. La prese e se la agganciò alla vita, poi come per un ripensamento sfilò i guanti da lavoro che gli coprivano le mani e li indossò. Erano un po’ troppo grandi, ma tenevano caldo.
Per un attimo il senso di colpa fu come una fiamma dolorosa nel suo petto, la vergogna verso sè stessa per essersi trasformata, anche se solo per qualche secondo, in una creatura non migliore di quella che era diventata la sua vittima. Respirò a fondo, rifiutandosi di guardare il macello di sangue che era stata la sua testa. Uomo o no, ormai era stato infettato. Lo spinse nel vuoto con un calcio. Il corpo si curvò nell’aria e si schiantò metri piu’ in basso, con uno schiocco di ossa rotte.
Sev si voltò verso la gru, afferrò I primi appigli con le mani e cominciò a scendere di nuovo verso la strada.
07
CEMENTO
Alle cinque e sette Sev era ancora sulla panchina, con la neve premuta sulla caviglia e il fermablocco stretto fra le dita ormai livide, quando il vento prese a soffiare nella sua direzione.
E con il vento, arrivarono le voci.
All'inizio un rombo costante sotto il suono del suo stesso respiro, poi sempre più forte e chiaro. Non erano urla. Non erano parole.
-oh, NO.- Sev gemette. Quel gorgoglio quasi costante. Quei suoni gutturali come il richiamo di animali feroci.
Mancava ancora del tempo al tramonto, ma la luce cominciava a farsi più fioca. Si guardò intorno alla ricerca di un luogo in cui nascondersi.
Alle sue spalle c'erano i palazzi da demolire. Fragili e pericolanti. Davanti, i cantieri. Quasi tutte le case erano ancora prive di scale: quella la cui costruzione era più a buon punto aveva perso le scale durante la notte. Si guardò intorno ansiosamente, e lo sguardo cadde sulla gru crollata in mezzo alla strada. Sembrava un ponte, in parte crollato a terra, in parte incastrato fra i blocchi di cemento del palazzo contro cui era andata a sbattere.
Si accorse di non avere molto tempo a disposizione. Saltellando su un piede solo per non sforzare la caviglia, si avvicinò alla gru, mettendo il fermablocco nello zaino e toccando il freddo metallo alla ricerca di appigli. Afferrò la superficie, issandosi quasi solo con le braccia e mettendosi in ginocchio per non perdere l'equilibrio.
Lentamente cominciò ad arrampicarsi, prima a quattro zampe, poi in piedi, aggrappandosi con le mani nel punto in cui il collo della gru si era piegato quasi ad angolo retto. Il suo respiro si condensava in sbuffi di vapore davanti alla bocca, e il sudore prese a scorrere lungo la fronte e sotto il giaccone, incollando i vestiti con uno strato umido. La caviglia, ancora ferita, non le era di aiuto.
Raggiunta la fine degli appigli, s’issò sul cemento armato che costituiva la base dell'edificio, respirando affannosamente. Il dolore era tornato.
Era salita fino a quello che sarebbe stato l'ultimo piano dell'edificio, momentaneamente al sicuro. Non c'era un posto dove nascondersi, però, e doveva fare molta attenzione a dove metteva i piedi per non rischiare di cadere.
Si guardò intorno alla ricerca di un angolo abbastanza riparato in cui sdraiarsi mentre aspettava che il campo si liberasse. I richiami si erano fatti più vicini, e capì senza bisogno di guardare che gli infetti avevano raggiunto il punto dove si trovava prima, e si stavano allontanando lungo la strada.
Si appoggiò con la schiena a uno dei piloni della costruzione e si guardò intorno.
Lo scheletro della costruzione si allungava per metri nella luce calante, come un’enorme ragnatela di cemento. Sev raccolse un martello che era stato poggiato accanto a uno dei piloni, dimenticato da un operaio, e lo strinse in mano, rannicchiandosi perché nessuno potesse vederla o afferrarla, aspettando pazientemente che gli infetti si allontanassero da dove erano venuti.
I minuti passati ad aspettare diventarono ore. Il sole calò oltre la linea di palazzi, il vento si fece freddo e tagliente e a poco a poco i gorgoglii e gemiti sfocarono in sussurri lontani. Sev rabbrividiva, il martello tenuto stretto contro il corpo.
Aspettò che il silenzio tornasse, chiudendo gli occhi e respirando a fondo quando sentiva l'ansia cominciare a schiacciarla.
Ma il silenzio non tornò. Non del tutto, almeno.
Erano da poco passate le 20 e 35 quando il vento le portò i primi suoni dal centro della città. Alzò lo sguardo, cercando di guardare oltre i palazzi, si alzò sulle punte dei piedi gemendo per essere stata troppo a lungo seduta immobile e guardò verso il centro. Oltre la strada da cui era arrivata, i palazzi si illuminarono brevemente di rosso, e il rombo dell'esplosione arrivò fino a lei. Trattenne il fiato, spalancando gli occhi. Più lontano, altre luci, altre esplosioni. Urla portate dal vento. Suoni di guerriglia urbana.
Si rese conto di stare tremando, e non solo per il freddo.
Sev tornò in ginocchio, respirando profondamente. Gli avvenimenti delle ultime ore sembravano schiacciarla, il crollo della casa, I suoni, la macchia di sangue scuro sulla branda dove fino a qualche ora fa era stato Jonathan, l’infezione…
Sollevò il martello e lo calò con tutte le forze sul proprio ginocchio, strappandosi un grugnito di dolore. Si concentrò sulle fitte che risalivano lungo la coscia, allontanando I pensieri dalla sua testa.
La situazione stava sfuggendo al controllo troppo rapidamente. Non sarebbe potuta finire bene.
contò fino a dieci, respirando a fondo. La luce degli incendi le arrivava filtrata dietro le palpebre chiuse.
Quando si sentì sufficientemente calma si alzò e gettò uno sguardo alle sue spalle.
Il bagliore delle fiamme dal centro illuminarono brevemente una figura al lato della sua visuale.
L’infetto indossava ancora l’abbigliamento protettivo da carpentiere, e la luce che l’aveva attratta era stata il debole bagliore delle fiamme riflesso dal giubbotto catarifrangente.
Non indossava un casco, ma una protezione per saldatori, e dietro lo strato di plastica poteva vedere il volto tumefatto, livido. La pelle ondeggiava al vento nel punto in cui uno dei gonfiori sulla testa si era rotto, facendo colare un liquido grigio-marrone sul lato del volto, che gocciolava dal mento. Un braccio era piegato in maniera innaturale, fratturato in più di un punto.
Sev capì che probabilmente, quando si era ammalato, stava lavorando da solo, forse per risolvere il problema alla gru, e non essendoci nessun altro ad aiutarlo era caduto dalle impalcature, rompendosi le ossa. In qualche modo, era riuscito ad arrivare fin lassù quando si era accorto della sua presenza.
Sev gli fece cenno di allontanarsi, sperando che funzionasse. L’uomo rimase fermo, la testa che ciondolava sulle spalle storte.
-vattene- ringhiò lei. La sua mano si strinse sul martello da falegname che aveva raccolto, rendendosi conto di quanto fosse inutile come arma. L’infetto si inclinò in avanti, come se stesse per cadere, e una frazione di secondo dopo scattò verso di lei.
Sev mandò un urlo inarticolato di terrore, cercando inizialmente di respingere l’attacco con le mani. Le sue dita scivolarono sulla protezione che avvolgeva il suo volto, e una delle mani l’afferrarono per l’orlo del giaccone, spingendola verso l’orlo del baratro e una caduta di decine di piani. Si torse per riprendere l’equilibrio e sollevò il martello, abbattendolo sulla cima della testa scoperta.
Le mani dell’infetto le afferrarono di nuovo la giacca, e lei lo respinse con un calcio. La bocca dell’uomo si muoveva come per morderla nonostante la protezione di plastica sul suo volto.
Senza lasciargli il tempo di rialzarsi, Sev gli fu addosso, colpendolo al volto con un pugno per stordirlo. L’attacco non sortì l’effetto desiderato, e si rese conto che non sarebbe riuscita a restargli sopra molto a lungo. Sollevò il martello, abbattendolo sulla testa e sul petto. La maschera da saldatore faceva da scudo, così cominciò ad attaccare verso il basso. Piantò la parte a punta del martello nella pelle morbida sotto la mascella, spingendola a fondo con un movimento dal basso verso l’alto. L’infetto si contorse, e una delle mani la colpì alla guancia,senza riuscire a ferirla, ma con abbastanza forza da lasciarla senza fiato.
La ragazza spinse più a fondo la sua arma improvvisata dentro la gola dell’uomo, lacerando la pelle nel tentativo di ucciderlo, rendendosi conto che a forza di agitarsi stava per liberarsi di lei. Allungò la mano libera verso la maschera, cercando di strappargliela dal volto. Le sue dita intirizzite dal freddo non facevano presa sulla superficie.
Con un colpo di reni l’uomo riuscì a disarcionarla, mandandola a sbattere contro il pilone alle sue spalle.
Lampi di luce le riempirono la visuale quando la sua testa andò a sbattere contro il cemento, e i capelli neri le ricaddero sulla faccia.
L’infetto si avventò su di lei, cercando di graffiarla attraverso il giubbotto. La bocca grondante sangue si apriva e chiudeva dietro la plastica della maschera, facendo muovere il martello in maniera grottesca. Sev lo afferrò, poggiando I piedi sullo stomaco dell’aggressore e tirando con tutte le sue forze. La testa del martello lacerò pelle e carne e l’uomo barcollò indietro, lasciandole in mano il martello reso scivoloso dal sangue.
Questa volta Sev non gli diede il tempo di allontanarsi di nuovo. Afferrò con tutte le forze la maschera, strappandogliela dal volto e sollevò il martello, calandolo sulla fronte, sul naso, sugli occhi e la bocca.
La forza del colpo le si ripercuoteva lungo le braccia, costringendola a stringere I denti per attaccare di nuovo.
-muori- ringhiò, colpendolo a un orbita.
-muori-
-muori. Muori. MUORI!- urlò, colpendo sempre con maggiore ferocia. Il corpo dell’uomo sussultò, minacciando di farla precipitare, ma lei continuò a colpire. Schizzi di sangue le bagnarono il volto, colando lungo I lineamenti deformati, poi fu sangue nero e infine la stessa materia cerebrale dell’uomo che gocciolava a terra. Il corpo tremò e sussultò per qualche secondo, poi cessò ogni funzione. Nonostante questo, Sev continuò a colpirlo per qualche minuto.
Della testa dell’uomo non rimaneva quasi niente. Sangue, carne e cervella erano fuse in un ammasso che cominciava dal collo e sporcava il cemento ruvido.
La ragazza trattenne un conato di vomito e si allontanò, rannicchiandosi contro il pilone alle sue spalle. Sentiva la testa leggera per la botta che aveva dato prima, la caviglia continuava a fare male e adesso anche le mani e le braccia, per aver stretto il martello con così tanta forza.
Si portò una mano alla bocca, respirando in rapidi ansiti soffocati, poi chiuse gli occhi e cominciò a contare.
Un ora dopo, quando si sentì più calma, si alzò e andò a ispezionare il cadavere. Appesa alla cintura c’era una sacca degli attrezzi. La prese e se la agganciò alla vita, poi come per un ripensamento sfilò i guanti da lavoro che gli coprivano le mani e li indossò. Erano un po’ troppo grandi, ma tenevano caldo.
Per un attimo il senso di colpa fu come una fiamma dolorosa nel suo petto, la vergogna verso sè stessa per essersi trasformata, anche se solo per qualche secondo, in una creatura non migliore di quella che era diventata la sua vittima. Respirò a fondo, rifiutandosi di guardare il macello di sangue che era stata la sua testa. Uomo o no, ormai era stato infettato. Lo spinse nel vuoto con un calcio. Il corpo si curvò nell’aria e si schiantò metri piu’ in basso, con uno schiocco di ossa rotte.
Sev si voltò verso la gru, afferrò I primi appigli con le mani e cominciò a scendere di nuovo verso la strada.
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